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Under the Silver Lake

08/01/2019 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Under the Silver Lake

Il visionario incubo noir di David Robert Mitchell

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Il giovane Sam vive in una Los Angeles che per lui è tutto fuorché la Città degli Angeli: squattrinato, disoccupato e prossimo allo sfratto, il ragazzo trascorre giorno dopo giorno nel dolce far niente, sprecando gli ultimi soldi dell'apprensiva madre (alla quale ha mentito dichiarando di essere oppresso del lavoro). Una sera si imbatte in una sua vicina d'appartamento, la bella e bionda Sarah, ma il tentativo di flirting si interrompe sul più bello all'arrivo degli altri coinquilini della coetanea, che però promette al mancato amante di rivederlo la sera successiva. Il mattino del nuovo giorno Sam constata però come la sua ultima fiamma sia scomparsa nel nulla, svuotando le stanze di fretta e furia senza neanche un messaggio di spiegazioni. E quando sente al TG la notizia della morte di un ricco uomo d'affari, bruciato vivo nella sua automobile insieme a una prostituta, che dalla descrizione sembra essere proprio Sarah, il ragazzo farà di tutto per scoprire la verità. Nella sua personale indagine si imbatterà anche in un autore di graphic novel che conosce molti e oscuri segreti della metropoli, mentre l'opinione pubblica è scossa dalle efferate gesta di un serial killer che uccide esclusivamente cani indifesi.


Reinventare il cinema noir con un preponderante alone mistery è l'obiettivo che si è posto David Robert Mitchell subito dopo lo straordinario successo, di critica e di pubblico, di It Follows (2014), horror capace già di portare nuova linfa al relativo genere di appartenenza. E Under the Silver Lake opta per un approccio totale, frutto sicuramente dell'esagitato ego del regista, anche autore della sceneggiatura, ma capace al contempo di citare e triturare quasi un secolo di cinema e rimodellarlo a proprio piacimento in un istrionico e virtuoso meltin'pot che non ha paura di osare su percorsi narrativi scomodi e stralunati. Le due ore e rotti di visione sono infatti un caleidoscopio senza freni di invenzioni narrative e stilistiche che omaggiano l'intero star system hollywoodiano che fu, con tanto di tavoli tombali con su incisi i nomi di leggende del grande schermo a stelle e strisce e passaggi chiave della storia che prendono a piene mani dall'immaginario cinefilo nella risoluzione dell'enigma (basti pensari all'indovinello che coinvolge niente meno che James Dean e uno dei panorami simbolo di Gioventù bruciata (1955) o ai continui rimandi ai classici di Alfred Hitchcock, La finestra sul cortile (1954) e La donna che visse due volte (1958) in primis) per traghettare lo spettatore colto in un viaggio a ritroso imbastito su una messa in scena pop e psichedelica.


Il protagonista è una sorta di contemporaneo, bizzarro, erede del Marlowe di bogartiana memoria: stanco, disilluso e sciupafemmine ma pronto a tutto pur di agguantare la verità contro ogni avversità. Il torbido erotismo (con un parterre di presenze femminili da far strabuzzare gli occhi al pubblico maschile), la violenza nascosta che emerge prepotente in una sequenza dall'inaspettato taglio splatter, una suspense costante e visionaria - che rimanda sia a echi lynchiani che al precedente, sopracitato, film del cineasta (la gestione delle inquadrature che pedinano in maniera ambivalente i personaggi) -reggono bene il tessuto dell'intrigo nel quale Sam si trova coinvolto. Col procedere nei minuti Under the Silver Lake dissemina indizi e suggerisce, senza espletare, colpi di scena, il tutto flirtato attraverso un'attuale ottica complottista non nascondente richiami ad un cult di genere come Essi vivono (1988). I messaggi subliminali, la teoria di pochi eletti che dominano la società in cui viviamo, codici nascosti all'interno di canzoni sono infatti il cuore pulsante che caratterizza l'indagine del Nostro, cadente come la pellicola stessa in un senso di profonda paranoia che si riversa pure nella messa in scena, sempre più sospesa tra la realtà e toni pseudo onirici. Under the Silver Lake mostra grandezza di vedute e anche laddove rischia di soccombere vittima delle proprie, allucinatorie, ambizioni, sa sempre reggersi sulle proprie gambe di celluloide con ammirabile sfrontatezza, merito da condividere con la totalizzante performance di un Andrew Garfield che si divora con voracità il pur notevole cast di comprimari.


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