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Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald

12/11/2018 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film, harry potter, animali fantastici,

Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald

I crimini di Grindelwald: la trama riprende dove l’avevamo lasciata

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Gran parte delle considerazioni da fare in merito ad Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald sono legate al fatto che ormai il Wizarding World è un vero e proprio universo crossmediale, che ha nei film il proprio prodotto di punta. A tutti gli effetti è una delle grandi saghe cinematografiche moderne, al pari di Jurassic Park, dell’Universo Marvel sino al più ovvio parallelismo: Star Wars.


Sebbene Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald non sia un film perfetto, ha nel suo DNA una serie di caratteristiche che lo staccano da queste altre operazioni di rilancio dei franchise. Innanzitutto non cerca di costruire sopra le ceneri di una storia già conclusa, ma racconta un antefatto che all’inizio (Animali fantastici e dove trovarli) pare del tutto slegato da quelle vicende future. Solo in questo secondo film i legami si rafforzano; mano a mano che la narrazione avanza scava ed espande la mitologia di questo mondo in modo coerente e non con l’unico scopo di stupire lo spettatore.


La trama riprende dove l’avevamo lasciata, con Grindelwald dietro le sbarre che, alla prima occasione, fugge. Al diffondersi della notizia si scatena il panico nel mondo magico, che teme lo scoppio di una nuova guerra con i babbani. Ad arginare la situazione verrà chiamato Newt Scamander, che volta le spalle al Ministero della Magia, ma non al suo vecchio professore e mentore Albus Silente.


La sequenza d’apertura è una delle migliori della saga, una lunga scena d’azione priva di dialoghi e retta per intero da una colonna sonora finalmente degna di questo nome, che imposta il tono della pellicola allontanadola da quello fiabesco del primo film. J.K. Rowling (che è passata da autrice dei libri di Harry Potter a sceneggiatrice della saga di Animali Fantastici) ci urla in faccia che qui le cose si faranno molto più cupe, molto più serie e soprattutto molto più intricate. Persino la regia di David Yates (la sesta nella saga) sembra più sciolta, fluida, a proprio agio in un mondo di cui è uno dei principali artefici visivi dal 2007 a oggi. Peccato che non sia sempre così. Yates alterna momenti in cui dirige in stato di grazia (l’arrivo a Hogwarts, l’intera storyline dedicata a Silente) e fa gran sfoggio della spettacolare componente visiva (l’ingresso al Ministero della Magia di Parigi e la chiamata alle armi di Grindelwald sono da mozzare il fiato) ad altri in cui commette errori grossolani in cui piazza la telecamera letteralmente a caso, impedendo agli spettatori di comprendere spazi e dinamiche d’azione (come nella scena finale, un difetto non da poco!)


Ad attanagliare il pubblico è, però, la sempre efficace narrazione della Rowling, che trasforma il film in una fittissima spy-story d’inizio secolo, infarcendo il tutto con notevoli colpi di scena e metafore (nemmeno troppo velate) su nazismo e razza ariana (è un caso che Grindelwald sia tedesco?). Al contrario degli altri restyle di franchise, quello di Animali Fantastici riesce a mantenere il focus sulle aspettative del pubblico senza piegarsi a facili ruffianerie. Non mancano i momenti leggeri e le creature adorabili (sempre funzionali alla storia e mai pretestuose, vedi Porg), ma quando la situazione lo richiede c’è anche serietà e sequenze in cui la tensione viene costruita e non continuamente spezzata. Allo spettatore viene chiesto di fare un minimo di sforzo nel seguire la storia – che molti critici americani hanno giudicato troppo ingarbugliata – e nel ricordare alcuni dettagli precedenti, come lo specchio delle brame. Il risultato è forse non sempre equilibrato, ma nel suo tentativo di fondere contenuti maturi ad altri più infantili riesce davvero a essere adatto a tutta la famiglia.


In ultima battuta il Gellert Grindelwald di Johnny Depp, ruolo che aveva fatto insorgere i fan (spesso con parole poco lusinghiere) già dalle poche inquadrature alla fine del primo film. Dopo essere stato uno degli attori più promettenti degli anni ’90, in seguito alla consacrazione nei panni del capitan Jack Sparrow (valsagli una nomination agli Oscar) Depp è rimasto impantanato in una serie di parti macchiettistiche, sempre identiche l’una all’altra. Gellert Grindelwald è il suo ruolo del riscatto, quello che lo deve allontanare dalle caricature che ha interpretato per un decennio e convincere il grande pubblico che lui è ancora Donnie Brasco, Raoul Duke o George Jung. E ce la fa alla grande. Grindelwald è un nemico come di rado se ne sono visti sullo schermo negli ultimi anni: sottile, quasi impalpabile, che preferisce parole persuasive rispetto alla forza bruta. La sua presenza scenica è carismatica e inquietante allo stesso tempo; ne sei attratto eppure anche impaurito. Questo Depp in gran rispolvero riesce a mettere in secondo piano le buone performance di Jude Law e Eddie Redmayne, divorandosi il film ed esasperando l’attesa per il prossimo capitolo programmato per il 2020.


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