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Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

01/24/2018 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

Il celebre film tratto dal romanzo cult di una generazione

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«Oh, we can beat them, forever and ever / Then we could be heroes, just for one day»: sono alcune strofe di Heroes, cantate da David Bowie. Una canzone molto personale, che in qualche modo riflette lo stato d’animo e il difficile periodo che il Duca Bianco era riuscito finalmente a gettarsi alle spalle dopo aver lasciato la sua abitazione a Los Angeles per trasferirsi a Berlino. Un taglio drastico con il passato, con le cattive amicizie e soprattutto con le cattive abitudini: alcol e cocaina che l’avevano infatti trascinato a fondo, in un pozzo di depressione e ristagno creativo. A Berlino Bowie riuscì a disintossicarsi e trarre nuova linfa creativa, componendo questa canzone che sarà anche il titolo dell’omonimo album pubblicato nel 1977. Un eroe che ha battuto i suoi demoni e che è pronto a iniziare una nuova vita. Non è un caso che questa canzone si trovi nella colonna sonora di quello che potremmo definire “la storia tossica per eccellenza”: Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Dalla giovane protagonista David Bowie viene letteralemnte osannato, idolo personale e intoccabile; eppure, in un bellissimo gioco meta-cinematografico, sappiamo che anche quell’idolo, così lontano dallo squallore della vita della protagonista, ha dovuto attraversare il medesimo inferno per poter finalmente uscire dal tunnel della dipendenza e tornare a brillare nel firmamento delle star.


Basato sull’omonimo romanzo autobiografico di Christiane Vera Felscherinow (che nel film ha il volto della bravissima Natja Brunckhorst, all’epoca delle riprese quindicenne) è l’agghiacciante testimonianza diretta di una ragazza berlinese di dodici anni, con alle spalle un’infanzia molto dura, che rimane invischiata nella dipendenza dalle droghe (prima LSD, poi eroina) e del suo lungo percorso di espiazione – e ricadute – per poterne finalmente uscire. Come spesso avviene nel passaggio da carta a pellicola, la trasposizione cinematografica, seppur buona che sia, non riesce a rendere giustizia alla complessità psicologica del romanzo, in cui la lotta per liberarsi dalla droga è resa in modo brutale, squallido e deprimente. Il lettore rimane affascinato e disgustato dalla vita di questa ragazza, dalle sue azioni, dal graduale annichilimento della sua volontà causato dalla droga che la trascina sempre più a fondo, in un baratro che pare non avere mai fine. Christiane arriva persino a prostituirsi nei pressi della stazione dello Zoo di Berlino (da qui il titolo) pur di raccattare qualche spicciolo con cui comprarsi la sua dose quotidiana. Il film semplifica e snellisce la trama di tutte quelle parti che in una narrazione cinematografica appesantiscono il ritmo, ma che sono necessarie per comprendere appieno le motivazioni che spingono una ragazza così giovane verso un mondo così pericoloso.


Parafrasando un altro film simbolo sulla dipendenza da droghe, Christiane ha scelto di non scegliere la vita. Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando hai l'eroina? Ma se in Trainspotting questo discorso aveva assolutamente senso perché la storia che interessava raccontare a Irvine Welsh e Danny Boyle era tutt’altra, in Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino appare come una grossa lacuna. Di certo non un buco di sceneggiatura incolmabile, ma senza dubbio un ingranaggio mancante. Per questo motivo il film non va preso come opera a se stante, ma piuttosto visto come una parte complementare del racconto di Christiane, da visionare al termine della lettura del libro e prima di iniziare quello che potremmo considerare il suo sequel a tutti gli effetti: La mia seconda vita è un altro romanzo/confessione pubblicato nel 2013, che racconta l’adolescenza e la maturità della ragazza dagli anni ’80 sino a oggi. Una vita segnata dal principio, che nonostante gli sforzi non si è mai veramente allontanata dal giro della droga e dalle amicizie pericolose che aveva preso a frequentare in gioventù.


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