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I Puffi: Viaggio nella foresta segreta

05/04/2017 10:00

Angela De Angelis

Recensione Film, animazione, puffi,

I Puffi: Viaggio nella foresta segreta

Puffetta Superstar: il terzo capitolo dedicato agli ometti blu più famosi di sempre

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Dopo i primi due film sui famosi ometti blu, ecco che arriva nelle sale il terzo capitolo del franchise, I Puffi: Viaggio nella foresta segreta, che però si differenzia nettamente dai precedenti lavori. Viene accantonato il non troppo riuscito connubio di live-action e CGI, per far spazio a una nuova storia completamente animata. Anche la regia viene affidata a una nuova firma, quella di Kelly Asbury, già autrice di grandi successi come Shreck 2, Gnomeo e Giulietta e il meraviglioso Spirit – Cavallo Selvaggio. I film del 2011 e 2013 avevano in qualche modo snaturato il vero spirito della serie animata creata dal belga Peyo, per lasciare il posto a una comicità grossolana e troppo tesa a compiacere forse più gli adulti che i piccoli spettatori. Nonostante i Puffi siano per i quarantenni di tutto il mondo un ricordo strettamente legato alla loro infanzia, questa nuova avventura si pone invece l’obiettivo di catturare principalmente l’attenzione dei bambini. I disegni sono molto più simili all’aspetto originale creato da Peyo. E la storia coinvolge l’occhio incantato e meravigliabile dei piccoli con un’avventura piena di fantasia e rocambolesche peripezie.


La vicenda è interamente imperniata su Puffetta, unico esemplare femminile nel villaggio puffo, che grazie a una mappa misteriosa partirà con Forzuto, Quattrocchi e Tontolone alla scoperta della foresta segreta per trovare e avvisare un villaggio abitato da altri Puffi: bisogna fare presto, perchè il malvagio mago Gargamella sa della loro esistenza e vuole catturarli. Gargamella, da sempre ossessionato dai piccoli ometti blu, trova un nuovo complice nella lotta ai Puffi: Monty, avvoltoio strabico ma tenace; un personaggio appositamente ideato per il film. Tanti sono poi i nuovi amici e personaggi che i nostri piccoli eroi incontreranno, come la coccinella Tecno, assistente di Quattrocchi, che parla come un piccolo computer e stampa immagini con fango e zampette; o la “grande Puffa”, più saggia e combattiva del suo alter ego maschile, il cui nome è Mirtilla, ed è doppiata in originale da Julia Roberts. Ricco di star è anche il cast di doppiatori originali, tra cui Joe Manganiello, Demi Lovato e lo chef Gordon Ramsey nei panni di Puffo Panettiere. Anche in italiano abbiamo un ottimo doppiaggio, tra cui spicca Cristina D’Avena, immancabile visto l’importante ruolo che ha ricoperto nel definire nell’immaginario di ognuno di noi l’essenza dei Puffi.


Ma la protagonista assoluta è sicuramente Puffetta, al centro di un viaggio alla ricerca di se stessa e delle sue origini, per determinare il suo ruolo e la sua appartenenza al mondo dei Puffi: l’unica a non avere una caratteristica e un nome precisi, è stata infatti forgiata da Gargamella da un pezzo di argilla blu, con lo scopo - tutt’altro che “puffoso” - di portare a lui i compagni blu per compiere i suoi piani malvagi. Il lato femminile della storia esplode così a vero cardine del film, introducendoci al mondo delle Puffette: amazzoni intelligenti e combattive, quanto e di più dei loro fratelli maschi, con i quali riusciranno ad arrivare al prevedibile happy ending. In un contesto di colori folgoranti e paesaggi esplosivi, che ricorda molto da vicino le cromie della Oceania Disney e le atmosfere di Avatar, I Puffi: Viaggio nella foresta segreta soffre forse una sceneggiatura troppo esile e eccessivamente semplicistica, che a tratti dà l’idea di utilizzare alcuni artifici per allungare il minutaggio. Infatti il classico viaggio dell’eroe alla ricerca di sé offre qui diversi spunti narrativi, che vengono però sviluppati in modo piatto e infantile oltremisura. L’introduzione di continui momenti musicali, ballati e non - come con la fantastica e quanti mai azzeccata I’m Blue degli italianissimi Eiffel 65 -, nonché la presenza di battute veramente fuori luogo (e a sfondo vagamente sessista e sessuale in almeno due momenti del film) denuncia appunto la necessità di “allungare il brodo”. Nonostante questo, la nuova veste tecnica dà vita a un caleidoscopio di colori. L’immaginazione, col filtro dei buoni sentimenti, rende il film un gradino più alto della solita operazione commerciale, mantenendo la gradevolezza e la curiosità che promettono le premesse narrative e restituendo un po’ della freschezza degli originali di Peyo.


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