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L'ultimo bacio

01/16/2010 11:00

Daniela Silvestri

Recensione Film,

L'ultimo bacio

Ciascun regista ha il proprio pupillo, la propria creatura grazie alla quale conosce fama e fortuna ed entra nelle grazie del pubblico per sempre...

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Ciascun regista ha il proprio pupillo, la propria creatura grazie alla quale conosce fama e fortuna ed entra nelle grazie del pubblico per sempre. L’ultimo bacio è sicuramente il film di Gabriele Muccino più amato ed apprezzato dal pubblico, l’opera che l’ha fatto conoscere ed amare e ricevere numerosi premi e consensi della critica. Questo non tanto perché si tratta di un bel film, ben scritto, girato e interpretato, ma soprattutto perché ha segnato una generazione, quella dei giovani trentenni, che si è immedesimata nei protagonisti, e in loro ha ritrovato tic e nevrosi piuttosto comuni.


Il film ruota intorno alle vicende di un gruppo di amici storici che, ormai adulti, si apprestano a compiere scelte di vita piuttosto importanti, come matrimonio, figli, pur non essendo forse del tutto pronti alle relative conseguenze. Tutto ha inizio durante i festeggiamenti del matrimonio di Marco (Pierfrancesco Favino): Carlo (Stefano Accorsi), che aspetta un figlio da Giulia (Giovanna Mezzogiorno), rimane incantato dalla conoscenza dell’effervescente e bellissima diciottenne Francesca (Martina Stella). Tra i due nasce una travolgente attrazione che, tra un dubbio e l’altro, porterà Carlo a tradire Giulia trasportandolo d’improvviso nell’ovattato mondo dell’adolescenza, fatto di diari, cuoricini e amori da film. Nel frattempo, Adriano (Giorgio Pasotti), in crisi con la moglie Livia (Sabrina Impacciatore), si sente frustrato, insoddisfatto, nevrotico e rimugina la decisione di andarsene di casa, mentre Paolo (Claudio Santamaria) è depresso a causa del padre malato e sente il peso di un lavoro e una vita che non ha scelto e non vuole. Infine Alberto (Marco Cocci), apparentemente il più tranquillo e sereno, perché l’unico a non avere a carico nessun tipo di responsabilità, passa da un'avventura all'altra, incapace di creare legami stabili.


Le crisi però non riguardano solo i trentenni: anche Anna (una strepitosa Stefania Sandrelli, vincitrice del David di Donatello e del Nastro d’argento come attrice non protagonista), la madre di Giulia, passa un periodo di stallo con il marito, che la porta a gettarsi tra le braccia di una sua vecchia fiamma (Sergio Castellitto), alla ricerca di qualcosa che risvegli in lei antiche passioni. Il punto di massima tensione del film si raggiungerà quando tutti i nodi verranno al pettine e i protagonisti, in particolare Carlo, dovranno decidere da quale parte della barricata vorranno stare: vita adulta o eterni ragazzi, non tutti saranno in grado di fare il grande salto. La cosiddetta sindrome del Peter Pan diventa quindi il leit motiv dell’intero film, descrivendo una crisi che è poi quella tipica dell'uomo moderno e abbraccia la paura di essere inglobati in un sistema di delirante e spersonalizzante routine, fatta di giornate frenetiche, lavoro e doveri, di relazioni sterili, e il rischio onnipresente di perdere di vista il senso reale delle cose. Senso che, come recita il film, risiede proprio in quella normalità da cui tutti vogliono fuggire.


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