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La prima linea

16/11/2009 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

La prima linea

Dopo aver rischiato di annegare anzitempo in un tempestoso mare di furenti polemiche e attacchi mediatici, La prima linea si lascia alle spalle i procellosi flu

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Dopo aver rischiato di annegare anzitempo in un tempestoso mare di furenti polemiche e attacchi mediatici, La prima linea si lascia alle spalle i procellosi flutti e approda a più sereni lidi, sbarcando finalmente nelle sale. Quando si va toccare un argomento così delicato come quello del terrorismo e degli attentati “rossi” degli anni di piombo, le diatribe sono dietro l’angolo: elevatissimo il rischio di urtare la sensibilità dei parenti delle vittime, altrettanto concreto quello di fornire una visione troppo romanzata dei fatti, sfociando in una pericolosa apologia. A un tale bombardamento però, nemmeno il regista Renato De Maria e i navigati produttori Andrea Occhipinti e Jean-Pierre e Luc Dardenne erano preparati: ben prima che fosse girata anche una singola scena le associazioni dei parenti delle vittime erano insorte contro l’effettiva necessità di girare la pellicola, per non parlare dell’estenuante querelle sulle sovvenzioni dello Stato al film, tacitata dal rifiuto da parte della Produzione stessa. E, come tutti gli attacchi preventivi, anche questo si è rivelato decisamente infondato: il film è il racconto secco, scarno e “decadente” del periodo di lotta armata di Sergio Segio e Susanna Ronconi: nessuna esaltazione, nessun rimprovero, nessuna giustificazione, nessun perdono. Solo cinema.


La vicenda parte dall’arresto da parte dei Carabinieri di Sergio (Riccardo Scamarcio), membro fondatore del gruppo eversivo di matrice comunista “Prima Linea”, macchiatosi di più di un crimine violento nel decennio precedente. Dalla cella Sergio ricorda la sua storia dalla fondazione del gruppo all’incontro con la sua donna, Susanna (Giovanna Mezzogiorno), dall’attentato al giudice Alessandrini alla clamorosa operazione per fare evadere Susanna dal carcere di Rovigo, l’evento cardine su cui ruota l’intera pellicola. De Maria racconta tutto con uno sguardo che è “altro” rispetto a quello dei protagonisti e delle vittime, cercando di mostrare con le immagini la storia umana di due ragazzi la cui cieca fede nell’ideologia li portò a commettere, poco più che ventenni, reati di gravità inaudita, lasciando un segno indelebile nella storia del nostro paese. Il regista ce li mostra come due alieni, due persone che vivono “come dietro a un vetro che è l’ideologia” (come sottolinea la Mezzogiorno in conferenza stampa): una separazione che li allontana dal mondo reale, dalla loro umanità e dagli stessi problemi per risolvere i quali era nato il gruppo. Dalle manifestazioni e gli scontri si arriva velocemente alle gambizzazioni e agli omicidi, brutali ed efferati: da quello già citato del giudice Alessandrini a quello del giovanissimo ex militante William Waccher, reo di aver collaborato con le Forze dell’Ordine; episodi che allontanano rapidamente i consensi degli operai e delle organizzazioni di sinistra che avevano appoggiato il gruppo: Sergio e compagni diventano “l’avanguardia di un esercito che non c’è”, ma non sono in grado di accorgersene. Segio dopo la morte di Waccher si allontana da “Prima Linea”, ma tornerà in azione per cercare di far evadere Susanna.


Ottimi Scamarcio e la Mezzogiorno, mai sopra le righe, rispondono a tono a chi diceva che due attori di bell’aspetto non potevano avere le fisique du role per interpretare due terroristi, o peggio ancora che la loro avvenenza avrebbe favorito la mitizzazione di due criminali. Al film si può forse contestare un po’ di mancanza di coraggio nel raccontare le terribili vicende di quegli anni e indubbiamente una certa lontananza dal libro a cui si ispira, Miccia corta dello stesso Segio, che non ha affatto gradito il lavoro finale, svuotato secondo lui del significato originale delle pagine, e privo del percorso politico e intellettuale del suo autore. Ma De Maria fa della coerenza e della linearità la sua forza, concentrando sempre l’attenzione sui due protagonisti senza mai divagare, azzerando o quasi le figure di contorno (esemplare la telefonata di Susanna alla madre). L’unica eccezione (una delle poche licenze che Di Maria si prende per romanzare la vicenda) è data dalla figura dell’amico di vecchia data di Sergio, Piero, che cerca di risvegliarne la coscienza e l’umanità prima che sia troppo tardi. Un film ben riuscito su un periodo della storia italiana carico di lutti e ancora poco conosciuto sotto parecchi aspetti, soprattutto per quegli avvenimenti che esulano dall’episodio “simbolo” di quegli anni: l’assassinio di Moro.


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