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Il nastro bianco

11/04/2009 11:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Il nastro bianco

Michael Haneke rimane regista sempre attratto dalle contraddizioni della società borghese (e/o conservatrice) e attento a disvelarne le profonde perversioni rep

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Michael Haneke rimane regista sempre attratto dalle contraddizioni della società borghese (e/o conservatrice) e attento a disvelarne le profonde perversioni represse (dall’ambiente circostante in La pianista) o le insondabili inclinazioni all’insana violenza (la sadica gioventù di Funny Games). Aberrazioni che si nascondono dietro apparenze di rispettabilità e da questa, dalle ipocrisie e dalle mistificazioni, vengono proprio alimentate, al di là di remore – umane o sentimentali – che possano scaldare con l’indugio una gelida risolutezza.


L’ultimo lavoro dell’autore austriaco non è altro che la dimostrazione di un assunto, calato nelle paradigmatiche dinamiche e forze centripete di un esperimento sociologico: provate a costringere alcuni bambini nell’austera sfera di un piccolo villaggio tedesco (alla vigilia del primo conflitto mondiale), tra le claustrali e draconiane regole di convivenza familiare e sociale, giostrati nell’alienante e mastersiana girandola di typoi (il medico, l’intendente, il pastore, la levatrice, e infine il barone che sovrasta tutto), e nella severa e bigia realtà sorretta da quei princìpi di prepotenza e totalitarismo più che mai prossimi alla deflagrazione del proprio (precario) equilibrio. Quando alcuni strani e inspiegabili accadimenti sollevano lo sbigottimento degli abitanti, è subito una caccia ai responsabili. La caduta da cavallo inferta al medico da un misterioso filo teso tra due alberi e l’accidentale morte della moglie di un contadino sono i primi di una serie di incomprensibili atti per i quali si tenta di trovare una spiegazione – accettabile – che possa giustificare queste folgori punitive.


Haneke prosciuga le inquadrature, la messa in scena e il sonoro con l'austerità di uno sguardo teso. Illumina la narrazione stagliandola in un bianco e nero che ne risalta le ombre e fissa l'obiettivo sul trattenimento del dolore e dell’angoscia segregandoli, consapevolmente, fuori-campo, e negando (anche ad essi) uno sfogatoio. Il pianto del contadino sul capezzale della moglie ormai priva di vita viene assorbito dalla parete dietro il quale rimane nascosto, così come le lezioni inumane che il pastore infligge alla prole a schiocchi di verga al di là di una porta chiusa ed esclusiva, oltre il quale l’accesso non è consentito. Il nastro bianco che l’uomo annoda al braccio dei figli, come segno di un'innocenza e di una purezza da riconquistare e alle quali aspirare sempre, così come il timore di Dio e la riverenza ai padroni della società (entro i cui ordini gli uomini celano la propria cupidigia e le proprie regole inflessibili), altro non sono che la condanna incipiente al desolante futuro di annientamento delle coscienze. Il narratore (il maestro del villaggio), l'unico a capire, dà la sua voce avvizzita alla superstite e dolente analisi di un microcosmo pericoloso e pericolante, le cui leggi bieche e corrotte dominano il silente e succube strato di esistenze indurite, incallite, inceppate negli ingranaggi di un torvo rigore che, in nessun tempo, è possibile comprendere.


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