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Halloween - The beginning

09/11/2009 10:00

Marco D'Amato

Recensione Film, Horror, Halloween, HalloRemake,

Halloween - The beginning

La notizia che Rob Zombie, tra i pochissimi eletti ad aver portato nuova linfa vitale a un genere in piena stasi creativa e affossato da una quantità sproposita

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La notizia che Rob Zombie, tra i pochissimi eletti ad aver portato nuova linfa vitale a un genere in piena stasi creativa e affossato da una quantità spropositata di remake, avrebbe messo le mani su un mostro sacro come Halloween, ha creato un’attesa spasmodica tra i fan di Michael Myers e tra i cultori dell’horror in genere. L’ex leader dei White Zombie rilegge la storia del serial killer di Haddonfield, dividendo la sua pellicola in due parti: la prima metà è di fatto un prequel, la seconda si riallaccia al masterpiece di Carpenter, e ne rappresenta un rifacimento. Sicuramente di maggiore interesse risulta il racconto delle origini di Michael, anche se questo porta a un netto cambio di prospettiva. Myers infatti nel film di Carpenter rappresenta il Male, in senso assoluto, il sostanziarsi della malvagità, è totalmente alieno al mondo che lo circonda, uno spettro giunto per punire l’America puritana e perbenista. Nel lavoro di Zombie invece Myers viene proiettato in un mondo reale, che poi è quello caro al regista, già sfondo de La casa del diavolo e La casa dei 1000 corpi: l’America più sporca, rozza, povera e ignorante.


Il piccolo Michael (l’inquietante Daeg Faerch) vive in una bicocca cadente assieme alla madre spogliarellista (Sheri Moon), il suo compagno pervertito(William Forsythe), violento e ubriacone, la sorella Judith, ragazza di costumi alquanto facili, e la sorellina neonata.


Schernito e picchiato dai compagni di classe, tormentato dal compagno della madre, sviluppa un’insana passione per lo squartamento degli animali e per le maschere che gli permettono di alienarsi dalla realtà che lo circonda. Nonostante gli ammonimenti dello psicologo Loomis (Malcolm McDowell), Michael perde presto il controllo e uccide brutalmente il patrigno, la sorella e il suo fidanzato; chiuso in riformatorio e poi in prigione per quindici anni, dopo la morte della madre svilupperà uno stato catatonico pressoché totale che lo porterà a una colossale esplosione di violenza omicida.


Interessante la visione di Michael come sfogo naturale di una società completamente priva di valori, bella la “maschera” vista come schermo per isolarsi dalla realtà che diventa una vera e propria ossessione (imperdibili le scene della cella tappezzata da centinaia di maschere e quella del ritrovamento della maschera originale tra le rovine della vecchia casa). La seconda parte del film perde però decisamente il confronto diretto con l’originale; si accusa pesantemente l’assenza di quell’aura di immaterialità che faceva di Michael una sorta di incubo ineluttabile, privo di qualsiasi connotato umano. Il Myers di Zombie, interpretato dal colossale Tyler Mane invece materiale lo è fin troppo e la sua debordante fisicità diventa preponderante. Ad ogni anello che si aggiunge alla catena degli omicidi, il film sembra trascinarsi verso un finale piuttosto deludente e illogico, che chiude una vera e propria climax discendente rispetto all’interessante prologo. A Zombie va ascritto comunque il non indifferente merito di essere riuscito a inserire qualche elemento nuovo in una saga ormai trentennale che si trascinava stancamente sotto la luce della gloria passata.


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