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Grindhouse - A prova di morte

23/08/2009 10:00

Ivan Zulberti

Recensione Film,

Grindhouse - A prova di morte

Dopo Kill Bill, Quentin Tarantino torna a fare discutere

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Dopo tre lunghi anni dall’uscita della saga di Kill Bill, nel 2007 la nuova pellicola targata Quentin Tarantino suscita pareri contrastanti tra i presenti al festival di Cannes. Un progetto estremamente originale, realizzato in collaborazione con l’amico Robert Rodriguez, nel quale i due cineasti intendono omaggiare i film appartenenti al filone grindhouse, assai in voga negli Stati Uniti negli anni ’70. Si trattava di pellicole prodotte con bassissimi budget, che puntavano tutto sull’exploitation esplicita di sesso e violenza, piene di difetti e problemi tecnici, spesso realizzate a partire da una trama risibile e minata da costanti buchi narrativi, il cui unico scopo era quello di collegare in modo più o meno plausibile le varie esplosioni di violenza. Molte volte questi spettacoli venivano presentati al pomeriggio offrendo al pubblico due film al prezzo di uno, esattamente come intendono fare Tarantino e Rodriguez: il progetto originale di Grindhouse - A prova di morte nasce infatti con l’idea di proporre due episodi ben distinti, diretti singolarmente dai due registi, inframezzati da alcuni falsi trailer appositamente realizzati per l’occasione. Dopo il tremendo flop commerciale negli U.S.A., dove il pubblico, ormai non più abituato a produzioni di questo tipo, fatica a capire ed entrare in sintonia con un prodotto simile, i distributori europei decidono di separare i due episodi, facendo uscire prima Grindhouse - A prova di morte di Quentin Tarantino e solo successivamente - a distanza di un anno - Planet Terror, diretto da Robert Rodriguez. Per l’occasione il regista di Knoxville ritorna quindi in sala di montaggio e recupera molte scene che erano state tagliate nella versione originale destinata al pubblico statunitense, allungando considerevolmente la durata del film.


Grindhouse - A prova di morte si presenta come un tipico slasher-movie, dove un gruppo di splendide ragazze è minacciato da un killer misogino e spietato (un convincente Kurt Russell al quale sono indubbiamente affidate le battute più efficaci) che non usa pistole o coltelli per portare a termine gli omicidi… bensì la propria automobile da stuntman. Dal punto di vista narrativo il film si articola in due parti ben distinte, riguardanti due gruppi diversi di ragazze: la prima è ambientata quasi esclusivamente di notte e ha lo scopo di introdurre e caratterizzare al meglio il personaggio e la psicologia dell’assassino, mentre la seconda, girata in pieno sole e in spazi aperti, assume decisamente i caratteri di un revenge-movie.


La messa in scena di Tarantino è impeccabile, le atmosfere sono quelle dei b-movie cult simbolo del genere exploitation e tutte le caratteristiche sono riprodotte con estrema fedeltà, a partire dai tipici problemi tecnici dei film del genere: graffi sulla pellicola, audio fuori sincrono, errori di montaggio e bobine mancanti sono solo alcuni degli innumerevoli artifici stilistici che caratterizzano il film. A questo si aggiungono personaggi volutamente poco approfonditi, più fumettistici che reali, buchi narrativi genialmente orchestrati e l’esasperazione del turpiloquio, costante durante l’intera durata delle pellicola. Il citazionismo raggiunge ovviamente i massimi livelli, soprattutto in riferimento a film come Faster, Pussycat! Kill! Kill! e Punto Zero, citati più è più volte, o il nostrano Italia a mano armata, al quale è chiaramente ispirata la lunga sequenza finale. A questo si aggiunge il poco celato autocitazionismo, per cui ad esempio vengono riproposte le inquadrature di piedi nudi femminili, le immancabili sigarette Red Apples o uno dei temi musicali di Kill Bill, che qui diventa la suoneria del cellulare di una delle protagoniste. Il film presenta ad ogni modo anche delle scelte che non convincono pienamente: ogni tanto si ha infatti l’impressione che lo scopo iniziale del progetto sfugga leggermente di mano, e Tarantino sembra lasciarsi prendere dalla sua diegesi estremamente personale. Tutto ciò si concretizza in dialoghi fin troppo pedanti ed esasperati, infarciti di una verbosità oltremodo eccessiva e che alla lunga rischia di annoiare lo spettatore. Anche le stesse scene di violenza sono spesso realizzate con grande cura ed esubero di effetti speciali, in chiara antitesi con le pellicole che si vogliono omaggiare, caratterizzate principalmente da budget irrisori.


Si tratta comunque di una pellicola estremamente godibile, che fa della totale libertà espressiva la propria forza. Il meccanismo si inceppa solo raramente e probabilmente a causa dell’eccessiva durata della pellicola, cosa che forse non sarebbe accaduta con la versione originale, quella pensata per il mercato statunitense. In conclusione, l’estetica tarantiniana non lascerà certo delusi gli appassionati e il divertissement è innegabile, così come gli intenti estremamente ludici; citazionismo a cento all’ora, musiche sempre puntuali, unite a qualche scena già cult, rendono questo Grindhouse - A prova di morte un prodotto tra il giocoso e il nostalgico, ricco di potenzialità lasciate purtroppo in parte inespresse.


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