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S. Darko

08/11/2009 10:00

Emidio De Berardinis

Recensione Film,

S. Darko

Sono passati sette anni dalla morte di Donnie, e Samantha Darko (Daveigh Chase), sua sorella minore, fugge dal passato e da una famiglia ridotta a pezzi dal lut

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Sono passati sette anni dalla morte di Donnie, e Samantha Darko (Daveigh Chase), sua sorella minore, fugge dal passato e da una famiglia ridotta a pezzi dal lutto. In compagnia della sua amica ribelle e aspirante ballerina Corey (Briana Evigan), intraprende un viaggio che dalla Virginia la porterà alla California. Rimaste in panne a causa di un guasto all’auto, vengono soccorse da Randy (Ed Westwick), il “bello e duro” ragazzo del paese limitrofo, Conejo Springs. In attesa del pezzo di ricambio le ragazze si stabiliscono in un motel: Corey stringe amicizia con Randy mentre Sam è inquieta e poco consona a socializzare. Durante la prima notte, il fantasma di Sam appare a Iraq Jack (James Lafferty), il “matto” della città, annunciando la fine del mondo in 4 giorni 17 ore 26 minuti e 31 secondi, e invita il dissennato ad allontanarsi dal luogo: la caduta di un meteorite tramuterà la zona in null’altro che un enorme cratere. Il dado è tratto, il loop temporale ha inizio. Sam si sveglia in preda a incubi e presagi, cerca le risposte nel paese ma attorno a lei trova soltanto una fanatica religiosa ossessionata dalla figura di Cristo (Elizabeth Berkley), un pastore eccentrico (Matthew Davis) e lo spostato Jeremy (Jackson Rathbone). Il giorno dopo la festa organizzata da Randy, Sam e Corey litigano violentemente: lo scontro tra le due darà luogo ad una catastrofe. La storia di Sam sembra destinata a legarsi a quella di Iraq Jack, di un bambino scomparso, a inquietanti trasformazioni della pelle causate dal meteorite e alla solita breccia spazio temporale da chiudere con un sacrificio.


S. Darko è un film farcito di citazioni e riferimenti forzati, una trama, o più esattamente un intreccio di trame senza filo logico, una lentezza narrativa intervallata da frammenti veloci e disturbanti. Frank (il coniglio) diventa solo il nome dell’officina del paese (Conejo appunto). In Donnie Darko l’associazione Frank/coniglio aveva una possibile interpretazione nella materializzazione di un ricordo inconscio del protagonista. In S. Darko Iraq Jack (tentativo di denuncia sociale banale, il soldato impazzito a causa della guerra) costruisce da sé la maschera da coniglio solo per citare il film di Kelly; inoltre viene fatto passare per nipote di “Nonna Morte”, sempre per rafforzare - e forzare - il collegamento. I rallenty e i fast-forward vengono ripresi e esagerati. Alla storia di Sam si intreccia quella storia dei bambini scomparsi che viene sviluppata in parte, e lasciata senza risposte. C’è la storia di Jeremy che raccoglie il meteorite e impazzisce, subisce delle mutazioni e attende l'avvento di altre meteoriti. C’è la storia del pastore, una star del paese, che i risvolti della vicenda riveleranno essere un maniaco. Ci sono due morti all’interno della pellicola che fanno oscillare confusamente il film, e alcune scene lasciano il sapore del ridicolo. Più che un sequel, una parodia, la cui unica spiegazione può essere quella di una farsa voluta. Fisher mantiene soltanto nella prima metà del film intenti parzialmente seriosi, ma per quanto si sforzi non riesce nemmeno a sfiorare gli esiti del predecessore.


La filosofia dei viaggi nel tempo, il conscio e il subconscio che si fondono, le interpretazioni plausibili, non c’è nulla di tutto ciò in S. Darko, sostituito da strade prese, accennate e abbandonate, e da inutili forzature nei riferimenti. La fotografia negli esterni e la location sono gli unici elementi degni di essere salvati; troppo poco per evitare il deragliamento di un film in cui triste è anche la volontà di far comparire il nome di Kelly a tutti i costi nel progetto.


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