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Il mondo di Horten

07/01/2009 10:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Il mondo di Horten

L’incessante battito delle rotaie come respiro regolare del tempo, un ticchettio che scandisce imperituro lo scorrere dei giorni; i binari sono il sentiero sul

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L’incessante battito delle rotaie come respiro regolare del tempo, un ticchettio che scandisce imperituro lo scorrere dei giorni; i binari sono il sentiero sul quale spendere il proprio viaggio. Odd Horten ha lavorato come ferro-tramviere sulla tratta Bergen-Oslo per quasi quarant’anni, e come i treni che ha guidato, anche la sua vita è divenuta con il trascorrere del tempo un rassicurante andirivieni su un percorso sempre uguale a se stesso. Un curioso inconveniente lo porta a saltare il suo ultimo turno di lavoro prima della pensione, e quello che si prospetta, da quel giorno in poi, come la fine di tutto, potrebbe invece essere l’occasione mai avuta - o mai cercata - di un nuovo inizio. Non è mai troppo tardi per scegliere ed imboccare il proprio personale cammino.


L’ordine, il lavoro, le piccole e regolari tappe della giornata si accumulano - come la neve che sui monti scandinavi rende ogni cosa uguale e indistinta - nel mondo di Horten, sono l’illusione che dà senso a un’esistenza vissuta, e che in realtà è soltanto sfiorata. Il pensionamento è il pretesto salvifico attraverso il quale il taciturno e solitario protagonista comincia a scavare, e oltre quello strato di neve fitta e ingrigita dagli anni, scoprire occasioni lasciate fuggire e rimpianti di gioventù mai sopiti. Il tessuto metaforico col quale Hamer intreccia lo sfondo narrativo del racconto, la compostezza formale e la convergenza di ritmi emotivi e filmici in un silenzioso e simmetrico punto di vista, è l’adagio sul quale viene intonato questo bigio e artritico carpe diem. La scansione del monotono e alienante scorrere del tempo è affidata ai treni, che passano, si rincorrono, sfuggono con il loro cadenzato cuore ferroso. Ingabbiato per anni nella cabina di comando dello stesso treno, una volta liberatosi della scatola fluente del tempo, Horten si scrolla di dosso anche le sue convenzioni: la vecchiaia non è un fardello al quale accondiscendere arrendevolmente. Quello che sembra la conclusione di un viaggio (la pensione, il declino della vita), trasmigra in un nuovo percorso di ricerca di sé, di opportunità da rivalutare e troppo a lungo abbandonate sotto la polvere accumulata delle rinunce, e di scelte accomodate. Il salto con gli sci, la disciplina che Odd non ha mai praticato, e che crede sia troppo tardi per imparare, non è altro che l’occasione di tuffarsi nella vita, come pure nell’amore. La stagione dei vicoli innevati si scioglie infine in tepore primaverile.


I toni disincantati della prima parte del film cedono, passo dopo passo, agli accenti onirici dello sfumando finale. È un viaggio fiabesco quello di Horten, nei quali non mancano personaggi strampalati o curiosi (il diplomatico col vezzo di guidare l’auto con gli occhi bendati), sempre portatori di preziose e rivelatrici perle morali affidate al protagonista perché le custodisca. Bent Hamer disincaglia la stagione invernale della vita dalle smorfie rinunciatarie del declino senile, infondendo all’età del tramonto (un anno prima di Settimo cielo di Andreas Dresen) una più leggera consistenza.


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