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Terminator 2 - Il giorno del giudizio

06/04/2009 10:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film, Fantascienza, robocop, terminator,

Terminator 2 - Il giorno del giudizio

96 milioni di dollari: budget da record per il sequel che ha fatto la storia degli effetti speciali

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Tra l’ineluttabilità del destino e l’incertezza della scelta intercorre un sentiero fatto di avvenimenti, eventi, storie, materia pulsante: un battito meccanico e perpetuo. Il fato è un terra ignota, a volte preda di venti contrastanti, talvolta cenere di fiamme purificatrici. Ma se al determinismo piegato alla sinistra coscienza dell’uomo e del suo atavico istinto di sopraffazione sembra non esservi rimedio, la consapevolezza della volontà individuale di cambiare il corso degli eventi è un’arma irriducibile di resistenza. Il primo capitolo della saga cameroniana poneva i suoi protagonisti di fronte a un inquietante e cupo avvenire, e li dimenava tra l’incredulità di uno sfacelo totale e prossimo dell’umanità, e una corsa primordiale per la sopravvivenza; il secondo, girato a sei anni di distanza, e ambientato dieci anni dopo, dà l’impressione di avere avuto tutto il tempo necessario per portare a maturazione le riflessioni sollevate dal predecessore – tematiche, dinamiche narrative, e mezzi cinematografici – e sfociate in un’improcrastinabile messa in atto. Il destino non è fissato. E il domani è fin troppo imminente.


Sono passati dieci anni dalla tragica notte in cui Sarah Connor (Linda Hamilton) e Kyle Reese affrontarono il cyborg chiamato Terminator, mandato dal 2029 per eliminare la donna. Da allora lei non è più un’imbranata cameriera, ma tenace combattente reclusa – dopo il tentativo di fare esplodere una fabbrica di computer – in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza, ossessionata dalle deliranti e apocalittiche visioni sull’incombente cataclisma nucleare. Il figlio John (Edward Furlong) strappato alla madre e affidato ad una coppia di tutori incapaci di fronteggiarne il carattere irrequieto, si barcamena tra lo sbando adolescenziale, l’assenza materna, e un destino che sembra già segnato. Quando un nuovo androide (Arnold Schwarzenegger), uguale al T-800 mandato nel 1984 con intenti omicidi, si mette sulle sue tracce con l’obiettivo di porlo in salvo e proteggerlo, un ben più temibile e avanzato cyborg, il T-1000 (Robert Patrick), non si fermerà fin quando non avrà raggiunto la sua missione: terminare il futuro capo della Resistenza.


Il riarmo della troupe del 1984 (Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton, Stan Winston, Gene Warren) avviene sotto l’egida del più alto – fino ad allora – budget nella storia del cinema (ben 96 milioni di dollari), e ad esso consegue una ricchezza narrativa e visiva calibrata e mirata (in stile cameroniano) a sfruttare pienamente tutte le potenzialità della tecnologia digitale. Se l’idea del cyborg in lega mimetica era già nata in seno alla progettazione del primo Terminator, è soltanto attraverso la propedeutica applicazione della computer grafica in The abyss (nel 1989) che Cameron sviluppa la rivoluzionaria concettualizzazione e realizzazione del morphing e delle sbalorditive metamorfosi del T-1000. La proficua collaborazione tra la squadra di Stan Winston, la Fantasy II e la Industrial Light & Magic fanno il resto, dando un imponente e decisivo apporto per lo sviluppo degli effetti visivi a venire. 4 Oscar, tra cui Migliori Effetti Speciali e Miglior Trucco.


Spesso ci si chiede come debba essere un sequel, i richiami e le sue interconnessioni con gli antecedenti. Lo stacco temporale decennale e la disponibilità economica colossale sono il pretesto che permette a Cameron di virare per uno stravolgimento delle parti. Pur mantenendo parzialmente l’ambientazione noir del primo (girato quasi interamente in notturno) e il ciclico gioco vizioso di paradossi temporali, il regista canadese spala azione e ritmo in quantità industriali, sterza decisamente nella caratterizzazione dei protagonisti (Sarah diviene guerriera ferrea e granitica, e il T-800 in missione per proteggere, questa volta, i Connor) e inserisce nelle trame della saga il giovane John e un nuovo gelido villain. Una serie duale perfettamente auto-conclusa, stretta in un nodo indissolubile dal tema musicale di Brad Fiedel, unico profondo richiamo allo spirito tragico e inesorabile del primo. Il destino non è scritto: il diluvio (di fiamme) universale, il furente giorno del giudizio, è solo una possibilità, in uno sterminato presente di scelte concrete.


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