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Posh

09/25/2014 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Posh

Il Riot Club è la più esclusiva confraternita dell’Università di Oxford...

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Il Riot Club è la più esclusiva confraternita dell’Università di Oxford. Fondato nel 1776, è aperto solo a dieci membri per volta. Miles (Max Irons) e Alistair (Sam Claflin) - entrambi ricchi e di ottima famiglia – una volta entrati a farne parte, dovranno affrontare le difficoltà date dallo stare con una ragazza, Lauren (Holliday Grainger), meno titolata o dall’avere un fratello ex presidente del Club. I problemi cresceranno di entità quando, dopo una serata particolarmente “movimentata”, un grave incidente rischia di minare tanto l’esistenza della confraternita quanto la reputazione universitaria dei suoi membri.


Quasi mai ciò che funziona a teatro raggiunge altrettanto successo al cinema. Neanche quando la regista è la danese Lone Scherfig – autrice dei delicati An Education e One day – e la sceneggiatrice (nonchè autrice della pièce) è Laura Wade, caso teatrale londinese del 2010. Se il dramma The Riot Club è stato protagonista dei palcoscenici britannici, diventando caso di studio per gli addetti ai lavori, Posh (titolo italiano che sostituisce l’originale) è un film debole che, complice la censura, arriva da Toronto alle sale ripulito dei suoi spunti più violenti e scandalosi.


Dopo An Education, la formazione e il mondo dell’istruzione sono di nuovo protagonisti della pellicola della Scherfig. Diversamente dalla precedente pellicola, però, non si tratta più della storia di una traviata dolce studentessa fra gli artigli di un corteggiatore più maturo e furbo, ma di una vicenda crudele ambientata fra le antiche mura di Oxford, all’interno della sua più potente confraternita. La parte dei cattivi la fanno stavolta i giovani protagonisti del film, ricchi, arroganti e dediti alla perdizione fino al punto di non ritorno. Posh è un film che indaga la depravazione degli ambienti più chiusi e autogiustificati, il contrasto fra la vita rigida e impostata dei promettenti universitari e lo sfogo animalesco cui essi inevitabilmente ricorrono. Lone Scherfig per la prima volta abbandona le atmosfere soffuse del passato, come lo sguardo più specificatamente femminile, per lanciarsi in un racconto maschile e selvaggio. Tutta la prima metà del film è un lento prologo che, fra i veli della commedia e del sentimentale, conduce inaspettatamente allo scoppio della bestialità del Riot Club: una sequenza che è l’unica realmente cinematografica del film, l’unica in cui la verbosa recitazione (un omaggio mancato alla derivazione teatrale) cede il passo all’immagine rivelatrice. Da qui in poi, la pellicola volge al thriller senza tuttavia abbracciarne né il ritmo né i tempi e fermandosi piuttosto a insegnamenti morali e a pesanti monologhi e confessioni. L’intero andamento del film, discontinuo e incoerente, passa da momenti più romantici a inspiegati scoppi di azione fino a lunghe manifestazioni di noia. Come se la Scherfig indugiasse per tutto il tempo su quale genere abbracciare, se mantenersi commedia o preferire il drammatico. Il difetto principale di Posh – che pure è un film ben girato, arricchito di un cast verosimile e promettente – è proprio questa sua indecisione strutturale, la stessa che ha costretto la produzione a preparare, dopo la presentazione a Toronto, una versione “addolcita” per le sale e una commercializzazione in stile teen drama. Forse però, nella sua resa cinematografica, il testo della Wade meritava qualcosa di più.


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