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Ida

03/12/2014 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Ida

Incorniciando il bellissimo volto di Agata Trzebuchowska di una ruvida stoffa grigia, di un bianco e nero derivato dal cinema nordico e di un formato filmico in

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Incorniciando il bellissimo volto di Agata Trzebuchowska di una ruvida stoffa grigia, di un bianco e nero derivato dal cinema nordico e di un formato filmico inconsuetamente in 4:3, Pawel Pawlikowski torna a raccontare l’universo femminile degli opposti e delle contraddizioni in un film che ha incantato i festival di tutto il mondo, da Toronto a Londra, da Marrakech a Varsavia.


Nella Polonia comunista di inizio anni Sessanta, la giovane novizia Anna (Agata Trzebuchowska) attende di prendere i voti nello stesso convento in cui è cresciuta, orfana, lontana dai fuochi della Seconda Guerra Mondiale. Poche settimane prima di diventare suora, su consiglio della Madre Superiora, Anna parte per Varsavia per incontrare la zia Wanda (Agata Kulesza), una parente che dovrebbe far luce sul suo passato confuso e chiarirle la propria identità. L’incontro fra la giovane suora e Wanda, una donna matura e disinibita, nonostante il legame difficile da stringere, si rivelerà fondamentale: Anna scopre di chiamarsi in realtà Ida e di dover comprendere molto del mondo esterno, prima di scegliere se ritornare in convento.


Se nelle passate pellicole di Pawlikowski - fra le quali spiccano le piacevoli Last Resort e My Summer of Love - era stata soprattutto la scoperta dell’amore o dei sentimenti oggetto della rappresentazione di donne atipiche e sempre protagoniste, stavolta il regista polacco si spinge a un livello di analisi più profonda, riflettendo sul concetto stesso di identità. Sempre declinato al femminile e sempre giocato sulla contrapposizione e sull’incontro. Ida è una vicenda di dualismi: quelli che toccano la protagonista, la cui vita passata e la presente si intersecano fino a diventare una sola da proseguire. L'opposizione tra una giovane suora e la sua mondana zia (una donna di legge e di poca fede) fra le mura ospitali del convento di campagna e un intero mondo al di fuori, sconosciuto. Ma soprattutto il film di Pawlikowski è ancora una volta un ritratto di donne che vivono - forse - in un mondo più complesso e quindi artisticamente più interessante di quello maschile, in una dimensione di scontro perenne, colma di segreti, di sofferenze e di decisioni nette da prendere. Coccolate da Pawlikowski in immagini di impeccabile bellezza - fotografia dreyeriana e non-colori in stile Ingmar Bergman – le protagoniste di Ida sono figure nitide che si stagliano su una Polonia ancora povera e sola; al suono di musiche che lasciano sperare in un occidente più vicino e che trascinano Anna/Ida alla sua scoperta. Senza indugiare in autorialismi superflui, il regista polacco dirige una trama di formazione gestita con simbolismo immediato (il povero abito religioso e i preziosi tessuti mondani, i tacchi alti e le scarpe pesanti), sovrabbondanza di temi - anche storici e politici - sfiorati con tocco leggero e una diffusa delicatezza di racconto che, anche nella rappresentazione del doloroso e del macabro, appare quasi commovente.


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