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Il Violinista del diavolo

02/03/2014 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Il Violinista del diavolo

Entrato nel mito come il violinista che non concedeva bis, Niccolò Paganini appartiene all’immaginario collettivo non tanto (o comunque non solo) per l’apporto

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Entrato nel mito come il violinista che non concedeva bis, Niccolò Paganini appartiene all’immaginario collettivo non tanto (o comunque non solo) per l’apporto che ha dato alla disciplina musicale, né tantomeno per l’importanza che ha avuto nella scena internazionale. Il violinista genovese - che è riuscito a sconfinare oltre i limiti della propria ragione e nazione - attrae per l'indeterminabilità del suo essere. I molti eventi della vita del musicista, infatti, sono spesso adombrati da chiacchiere e sospetti che appartengono più che altro alla sfera della fiction - come ad esempio la convinzione, perpetuata da molti, secondo cui la sua bravura non dipendi dal talento, ma da un patto stretto con satana. Bernard Rose, regista inglese conosciuto soprattutto per avere girato il video di Relax dei Frankie goes to Hollywood, racconta la vita turbolenta di Paganini posizionandosi anch’egli in una dimensione sospesa, dove realtà e fantasia si mescolano in un biopic sui generis che affascina e intrattiene.


Dopo aver passato gran parte dell’infanzia all’ombra di un padre che bistrattava il suo modo di approcciarsi all’arte del violino, Niccolò Paganini (David Garrett) ha fatto sua una tecnica originale e piena di carisma, che però risveglia ancora risposte fredde e labili nel pubblico. Quando incontra il misterioso Urbani (Jared Harris), le cose sembrano mettersi per il verso giusto. L’uomo, infatti, propone a Paganini di diventare suo agente e suo imprenditore, chiedendo in cambio solo un’assoluta, elitaria lealtà da perpetuare per sempre. Niccolò accetta il patto, ma la sua anima ribelle e dissoluta lo spinge ben presto sull’orlo di un baratro. Dopo aver perso gran parte dei suoi averi e della sua dignità, l’uomo si imbatte in John Watson (Christian McKay) un impresario che lo invita a spostarsi a Londra. La capitale britannica, tentacolare mostro tentatore, abbraccia Paganini nelle sue spire, mettendogli davanti numerosi ostacoli, tra cui il rapporto burrascoso con la stampa e sentimenti che sbocciano nei confronti di Charlotte (Andrea Dick), figlia di Watson. E l’ombra di Urbani sempre pronta ad inghiottirlo.


Il violinista del diavolo è una pellicola di faustiana memoria. Più che un biopic sulla vita (e l’arte) dell’eccellente musicista genovese, il film di Bernard Rose è un lungo e appassionato viaggio all’interno dell’animo umano. Niccolò Paganini è un precursore, certo, ma è anche un uomo che si lascia sedurre dall’ambiguità della fama e del potere. E proprio in questo senso, in virtù del rapporto enigmatico con Urbani (un incredibile Jared Harris, già apprezzato nel ruolo di Moriarty in Sherlock Holmes - Gioco di ombre) si riscontrano legami piuttosto evidenti con l’opera di Johann Wolfgang von Goethe che contrapponeva Faust a Mefistofele. L’anima di Paganini, sospesa tra paradiso e inferno, diventa però anche strumento di riflessione sull’importanza dei media e di una buona strategia di marketing. Perché il Paganini messo in scena egregiamente da David Garrett – uno dei più importanti violinisti nell’odierno panorama musicale – è l’antecedente della moderna rock star: un uomo capace di mandare in fibrillazione un nugolo di ragazze innamorate dell’immagine un po’ dark e un po’ maledetta di un uomo che si esprime attraverso la sua arte. Paganini, ancora oggi considerato un punto di riferimento per i cultori musicali, diventa il motore trainante di un film che riesce a sedurre lo spettatore, grazie ad un gioco perfettamente calibrato di note e melodie che si avvolgono intorno ad un protagonista angelico e maledetto al tempo stesso.


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