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Prisoners

11/11/2013 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Prisoners

Keller (Hugh Jackman) e Franklin (Terrence Howard), padri rispettivamente di Anna ed Eliza, abitano nella piccola provincia americana con le loro mogli Grace (

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Keller (Hugh Jackman) e Franklin (Terrence Howard), padri rispettivamente di Anna ed Eliza, abitano nella piccola provincia americana con le loro mogli Grace (Maria Bello) e Nancy (Viola Davis). Le due famiglie sono molto unite fino al giorno in cui le figlie scompaiono nel nulla, in un sospetto rapimento. Mentre l’intera cittadina si mobilita, il caso diventa presto un’ossessione sia per Keller che per il giovane detective Loki (Jake Gyllenhaal), diversamente disposti a tutto per ritrovare le bambine.


Abbandonate le fumettistiche fattezze di Wolverine indossate per l’ultimo blockbuster di James Mangold, Hugh Jackman assume stavolta, per il primo lungometraggio hollywoodiano del canadese Denis Villeneuve, il volto crudele di un protagonista nero, un personaggio simile all’eroe di un romanzo ottocentesco, qualcosa di molto simile a quello che il suo Jean Valjean avrebbe dovuto essere (e non è stato) ne Les Misérables. Barba lunga, volto segnato e dramma familiare in corso, l’attore australiano compie la sua prima vera impresa cinematografica in un ruolo che ne valorizza le capacità attoriali prima ancora della presenza scenica. Al suo fianco, oltre al ritrovato Gyllenhaal, la stessa Viola Davis che aveva incantato in The Help e Paul Dano in una delle migliori prove offerte finora.


L’esordio hollywoodiano di Villeneuve – il quinto lungometraggio dopo il successo de La donna che canta, candidato all'Oscar nel 2011 come miglior film straniero – è un thriller colto e studiato, che mostra di conoscere bene la folta tradizione che dal giallo hitchcockiano attraversa l’insegnamento di Jonathan Demme e giunge ai recenti cult scandinavi a fiato corto. Reso decisamente tetro dalla grigia fotografia del pupillo dei fratelli Coen, Roger Deakins, e scritto da un professionista del mestiere, l’autore televisivo Aaron Guzikowski, Prisoners ha tutti gli elementi per spiccare nell’innumerevole quantità di thriller a cast stellare prodotti ogni anno a Hollywood. La vicenda è un’intricata storia di crimini e punizioni che ragiona in maniera estesa intorno al concetto di “prigionia” attraverso un sistema di personaggi che funziona per opposizioni. Al pubblico è ceduto il compito di sentenziare in merito alla condanna o all’assoluzione dei protagonisti, specie di Keller Dover, il personaggio di Jackman, la cui complessità non arriva mai ad essere irreale e mantiene costantemente un inquietante velo di umana ferocia, perfettamente espresso nella sequenza di apertura, di agghiacciante realismo. Prisoners sfoggia tanto i topoi del film di inchiesta - il giovane poliziotto, il self-justice man, i comprimari insospettabili – quanto i più forbiti artifici letterari e cinematografici della tensione, sperimentati qui sui nervi dello spettatore tra azione, suspance e dramma, in un montaggio che vede all’opera Joel Cox e Gary D. Roach, collaboratori storici di Clint Eastwood. Forte dell'ambientazione nella profonda Georgia, Villeneuve riesce inoltre ad annodare il suo film attorno a qualcosa che si avvicina di molto ad un fine morale. Il racconto della violenza domestica, collettiva e mentale che striscia fra le crepe dell’America di provincia, imbevuta di religiosità spicciola e di giustizia sommaria - la cosiddetta “filosofia della Bibbia e del fucile” - è la linfa che alimenta la pellicola del regista canadese e ne giustifica l’intricata costruzione e la molteplicità di spunti.


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