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La vita di Adele

10/25/2013 10:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

La vita di Adele

Vita di Adele è la pellicola tanto acclamata a Cannes, che ha fatto parlare di sé per la storia - uno scottante racconto sulla scoperta della propria identità s

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Vita di Adele è la pellicola tanto acclamata a Cannes, che ha fatto parlare di sé per la storia - uno scottante racconto sulla scoperta della propria identità sessuale - e per le protagoniste, le meravigliosa Lea Seydoux e la rivelazione Adele Exarchopoulos. Abdellatif Kechiche, dopo la parentesi infelice di Venere Nera ripone in questo ambizioso progetto tutto il suo desiderio di rivalsa. Suddiviso in due capitoli, La Vie d’Adele è una finestra aperta sulle fasi della giovinezza, in particolare su quel ramo adolescenziale in cui riconoscersi in una dimensione sessuale è ancora difficile, nebuloso, incerto: quando invece è così facile lasciarsi dominare dalle pulsioni senza ancora capirne appieno la provenienza.


Tratto liberamente dal fumetto Le Bleu est une coleur chaude di Julie Maroh (idealmente ispirato a La vie de Marianne di Marivaux) la trama racconta la storia di Adele fino alla consapevolezza e l’accettazione della sua omosessualità, suggellata dall’incontro con Emma (Lea Seydoux), la donna della sua vita. Con quel marchio di fabbrica che contraddistingue il regista, il film si apre senza fronzoli d'inizio: Adèle è una giovane e bella studentessa liceale, raccontata tra i banchi di scuola. Dai capelli perennemente arruffati e morfologicamente irrisolti, tenuti insieme in una coda selvaggia, passa le giornate tra amici e lezioni, come tutti i ragazzi della sua età. La cinepresa, tremula e imperfetta, si muove proprio tra quei ragazzi, che si prendono in giro, si confidano le prime emozioni, si promettono grandi sogni e grandi passioni.


Non ci sono filtri nel cinema di Kechiche, solo gemiti, lacrime, pulsioni. Ma non si tratta di finzione scenica, non è riproduzione: il regista attinge dalla vita con tutte le sue sbavature, semmai sono le inquadrature che sgranano, scivolano, inciampano sbucciandosi le ginocchia, in questo tentativo quasi disperato di seguire lo scorrere veloce e irreversibile degli eventi. Dal punto di vista narrativo non c'è nulla che aiuti la fruizione del film. Lo spettatore è solo ma non accusa il tempo che scorre. In questo processo empatico la pellicola ha una forza centripeta: attirando nell'occhio del ciclone crea un vortice al ritmo della colonna sonora dei ragazzi, dai cori delle manifestazioni studentesche alla musica che fa dimenare nelle sale da ballo fino ai peggiori bar per omosessuali. Il tempo qui non ha artifici retorici: è un tempo anche qui fisico, che si avverte sulla pelle splendida della protagonista; nella sua voglia di innamorarsi di un ragazzo per pacificarsi il cuore, devastato dal sospetto di una qualche forma di diversità. Nel suo cedere, vinta, all'amore più forte e straziante, quello per una ragazza dai capelli blu di nome Emma. Un amore universale, quello de La vita di Adele che va oltre l'omosessualità, anzi la usa come elemento per estremizzare la sofferenza di una passione che devasta. Un incedere per primi piani totalizzanti, abbandonati solo in rari casi, che portano dentro e fuori l'universo di questo delicato e al tempo stesso violento amore. È come se il regista volesse penetrare all'interno, capire partendo proprio dagli organi sessuali, da dove proviene tutta quella passione che sconvolge i sensi, che trasforma lo sguardo, che fa perdere i sensi, che fa nascere le lacrime. Per farlo si spinge fino a una scena lunghissima di sesso tra le due, mostrato in tutta la sua interezza, senza voler strizzare l'occhio a un pubblico maschile. È ricerca, erotismo totale, un fiume in piena che distrugge dighe di preconcetti, di pudori, di conoscenze approssimative.


Il regista passa così al secondo capitolo, fatto di una maggiore maturità fisica, di un rapporto che ha sfidato preconcetti e che si è imposto come realtà esistente; fatto di quotidiano, di dolcezza, di condivisione di un progetto di vita comune. Ed è qui che inizia la discesa, il ruzzolare giù da quel prato meraviglioso dove le due protagoniste avevano iniziato la loro storia con uno splendido bacio sull'erba, illuminato da un raggio di sole. Due lunghi capitoli che con un incedere straziante, viscerale, rivelano dall'interno l'universo sentimentale di Adele, tenera e goffa nei suoi vizi quanto nelle sue virtù. Tecnicamente il lavoro svolto è brillante, a partire dalla meravigliosa camera a mano che si insinua nei luoghi più privati, secondo la classica impostazione voyeur che è un pò il marchio di fabbrica di Kechiche: non è iperealismo, ma immersione in questo panta rei generale dove i protagonisti subiscono la forza di pulsioni e circostanze. Il regista struttura una pellicola che non ha paure, attraverso lacrime, nasi che colano, bocche impiastricciate di sugo, aperte, affamate, bulimiche. Pronte a schiudersi in lunghi baci o in piccoli morsi. Un cinema che permette alle protagoniste di donarsi senza riserve. E allo spettatore, con questo film, di riconciliarlo con il suo cinema.


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