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Hates - House at the End of the Street

10/11/2013 10:00

Paolo Sammati

Recensione Film,

Hates - House at the End of the Street

Per trovare la serenità perduta dopo il divorzio, Sarah (Elisabeth Shue) si trasferisce con la figlia diciassettenne Elissa (Jennifer Lawrence) in una tranquill

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Per trovare la serenità perduta dopo il divorzio, Sarah (Elisabeth Shue) si trasferisce con la figlia diciassettenne Elissa (Jennifer Lawrence) in una tranquilla cittadina di provincia immersa nei boschi. Quattro anni prima la casa di fronte a quella delle due donne è stato scenario di un duplice omicidio: una ragazza, Carrie Anne (Eva Link), ha ucciso i suoi genitori per poi scomparire, lasciando il fratello Ryan (Max Thieriot) come unico sopravvissuto. Elissa e Ryan iniziano a frequentarsi, ma presto la ragazza scoprirà che uno sconcertante segreto è celato all’interno della casa del suo coetaneo...


Il regista inglese Mark Tonderai, dopo il convincente psycho-thriller Hush del 2009, torna ad esplorare il genere affiancato da un ottimo direttore della fotografia, Miroslaw Baszak (La notte dei morti viventi) e da attrici affidabili in grado di assicurare alla pellicola un certo richiamo per il pubblico. Il risultato tuttavia è un film fin troppo convenzionale che, nonostante delle trovate convincenti e un discreto impianto narrativo, non riesce ad impressionare, faticando ad intelaiare un’atmosfera che generi suspense e coinvolga emotivamente lo spettatore. Pare quasi che Tonderai non riesca ad eludere il peso di una tradizione che poggia sulle tematiche dei conflitti madre/figlio, degli scheletri del passato che tornano minacciosi e che ha in Alfred Hitchcock il suo campione indiscusso. Come in un paradigma, tutti gli elementi classici dell’horror da "casa stregata" vengono rispettati: corridoi bui, porte serrate che celano sconvolgenti verità, identità nascoste e mistificazioni.


Mancano in Hates - House at the End of the Street quegli intenti parodistici del genere che hanno fatto la fortuna degli horror anni ’90 - da Scream (Wes Craven, 1996) a So cosa hai fatto (Jim Gillespie, 1997). L’interesse dello sceneggiatore David Loucka si concentra sulla psiche dei protagonisti, delineando dei caratteri tutto sommato credibili: Ryan, ragazzo taciturno e reietto, riesce a suscitare per buona parte del film un misto di attrazione ed inquietudine, oppresso com’è dal fardello del suo passato e dalla responsabilità del mantenimento della casa di famiglia. Anche il problematico rapporto tra Sarah ed Elissa risulta plausibile, fatto di questioni irrisolte ed assenze ripetute, come se la nuova vita che le donne cercano di iniziare nella sperduta provincia americana rappresentasse in realtà un tentativo di creare un legame che non è mai esistito. Incapace di assestare il suo film sui binari stabili attraverso un ritmo ben calibrato, Tonderai eccede in un finale decisamente improbabile, giocato sul classico binomio preda/predatore, con inevitabile carneficina annessa. Un tonfo, quello conclusivo, che quasi fa dimenticare quanto di positivo visto in precedenza. Anche se a ridosso dei titoli di coda l’ultima rivelazione aiuterà lo spettatore a comprendere meglio lo script generalmente confusionario, resta tuttavia un colpo di coda che arriva decisamente troppo tardi.


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