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Il mondo di Arthur Newman

09/02/2013 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Il mondo di Arthur Newman

Nell’epoca dei social network e del database universale, in cui ognuno è schedato e identificato, la tentazione di scomparire e rinascere in una vita altrui che

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Nell’epoca dei social network e del database universale, in cui ognuno è schedato e identificato, la tentazione di scomparire e rinascere in una vita altrui che fintamente appartiene, non è oggetto solo di fantasie condivise ma riempie da qualche anno le trame di gran parte del cinema contemporaneo. Un’ispirazione letteraria pirandelliana offre lo spunto all’esordio cinematografico di Dante Ariola, talento della pubblicità che porta sullo schermo una sceneggiatura arguta di Becky Johnston (Sette anni in Tibet), con un novello Mattia Pascal interpretato dal Premio Oscar Colin Firth.


Wallace Avery (Colin Firth), divorziato, con un figlio adolescente che lo detesta e un lavoro frustrante, decide di comprarsi una nuova identità cambiando documenti e partendo per Terre Haute, nell'Indiana. “Rinato” nei panni di un giocatore di golf, Wallace conosce in un albergo Michaela (Emily Blunt), con la quale condividerà il proprio segreto e l’instancabile desiderio di essere qualcun altro.


Da Toronto a Torino, la vicenda di Wallace Avery, incompreso talento del golf in fuga da un’esistenza insoddisfatta, ha viaggiato per tutto il 2012 attraverso alcuni dei maggiori festival cinematografici internazionali convincendo pubblico e critica. Nonostante le prevedibili incertezze e i vacillamenti di un’opera prima, Il mondo di Arthur Newman è una pellicola di significato, in cui si ascolta l’eco del pensiero esistenzialista contemporaneo e degli "uno, nessuno, centomila” della letteratura moderna. Le sempre attuali domande in materia di infiniti mondi possibili si riflettono nel film di Ariola come in uno specchio che restituisce allo spettatore l’immagine di un inetto contemporaneo e di una fragile dark lady, personaggi di contenuto appeal ma di facile immedesimazione. La ricerca di un’identità accettata è un percorso che il regista newyorkese fa compiere ai propri protagonisti - novelli Bonnie e Clyde, ladri di vite altrui - ma anche allo spettatore. Le molteplici esistenze testate, rifiutate e ancora rinnegate in favore di una prossima, più felice possibilità, conducono ad una sola domanda finale: cosa aspettarsi dalla propria vita e quando decidere se cambiarla. Dante Ariola e Becky Johnston costruiscono, di contro ad una trama confusa e possibilista, una narrazione la cui coerenza è data da uno schema semplice, quello del road movie. Il viaggiare senza meta dei protagonisti su una cabriolet dall’aria vintage si fa metafora di un oscillare esistenziale in cui Wallace e Mike vestono – letteralmente – panni ogni volta differenti attraverso le molte identità di cui si appropriano. Alla regia ritmata di Ariola, dotato di un occhio di comunicatore che proviene dalla lunga esperienza pubblicitaria, va il merito di aver bilanciato la sensazione di disorientamento con un impianto saldo e ciclico in cui passaggi che si ripetono danno allo spettatore la sensazione rassicurante di sapere cosa aspettarsi. La struttura metalinguistica del film, infine – dove i due attori protagonisti interpretano molti ruoli all’interno della stessa pellicola - si regge quasi del tutto sulla prevedibile bravura di Colin Firth e su quella meno scontata di Emily Blunt, in una maratona di interpretazioni e situazioni diverse. Nonostante la dispersività della trama e uno sviluppo mancato, specie sul finale fiacco e sentimentale, Il mondo di Arthur Newman offre una prova d’esordio ambiziosa e originale, la riedizione contemporanea di un motivo filosofico-letterario affascinante.


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