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Salvo

07/03/2013 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Salvo

Film coraggioso e inaspettato: esordio positivo per Fabio Grassadonia e Antonio Piazza

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Salvo (Saleh Bakri) è un sicario solitario che, eseguendo gli ordini del boss della mafia per cui lavora, si reca nella casa di un rivale per saldare dei conti lasciati in sospeso. Con grande disappunto del killer, nell’abitazione c’è solo Rita (Sara Serraiocco), la sorella cieca dell’uomo che Salvo è andato a cercare. Rendendosi conto della menomazione della ragazza, Salvo decide di rimanere in casa ed aspettare la sua vittima. Mentre è in attesa, il sicario resta affascinato dalla gestualità di Rita, dai suoi occhi febbrili incapaci di cogliere qualsivoglia sprazzo di luce. La contemplazione della solitudine della ragazza viene però interrotta dall’arrivo del rivale: ne scaturisce una lotta corpo a corpo da cui Salvo esce vittorioso. Ma all’improvviso gli occhi di Rita non sono più vitrei: per uno strano, quanto ironico miracolo, la ragazza riesce a vedere. Il sicario allora la porta con sé, conducendola in un casolare abbandonato dove, tra le canzoni dei Modà urlate a squarciagola, Salvo e Rita instaurano un rapporto intimo, che spingerà l'uomo a rivedere la sua posizione nel mondo.


Presentato al Festival di Cannes – dove ha vinto il Grand Prix e il Prix Rèvèlation della Semaine de la Critique – Salvo rappresenta l’esordio dietro la macchina da presa per gli sceneggiatori Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Un introduzione al mondo della regia che profuma di originalità, seppure con qualche zoppia. Il film è coraggioso, forte, quasi inaspettato. Lungo i confini di una Sicilia bruciata dal sole che sembra rimandare l’immagine del deserto iconografico di tutto il cinema spaghetti-western, la storia si srotola efficacemente, in una dimensione sospesa, persa tra la poesia di un incontro paradossale e le conseguenze brutali di tale rendez-vous. Lungi dal ricorrere al ricettacolo di cliché legati alla messa in scena o alla spettacolarizzazione della piaga mafiosa, i due autori decidono di puntare tutto su una vicenda personale, così intima da non aver bisogno di tanti dialoghi. I due protagonisti, piuttosto, si scrutano, si studiano. Rita finalmente vede e Salvo, sempre costretto ad operare come ombra di morte, si lascia vedere. Ed è in questa dimensione di sguardi e rimandi, che la pellicola affascina. Nella storia d’amore impossibile tra questi due reietti della società si snoda la poesia di un film che si fa forte della strepitosa fotografia di Daniele Ciprì.


Non bisogna però lasciarsi trasportare troppo dall’entusiasmo; perché, se è vero che Salvo rappresenta una palese boccata d’aria in un cinema spesso ristagnante, d’altro canto non si può evitare di notare alcuni difetti che la pellicola mostra apertamente. La povertà dei dialoghi, che si alterna con le battute rumorose dei comprimari, se da una parte aiuta ad entrare nella diffidenza dei due protagonisti, dall’altra rischia di appesantire lo spettatore avvezzo a ben altra formula cinematografica. Il confine tra poesia e noia, in taluni casi, è piuttosto labile. Ma il vero punto debole della storia è la commistione di più generi: si passa dal noir al western, dalla commedia nera alla storia d’amore, quasi senza continuità. La mancanza di equilibrio tra le varie parti si fa sentire implacabilmente, spingendo la fruizione in una forsennata danza tra le varie parti messe in gioco. Nonostante questi difetti, Salvo si affaccia sul cinema italico con la sua aria innovativa, un racconto dall’impianto classico che però rinuncia agli stilemi stereotipati della drammaturgia mafiosa, restituendo una storia d’amore improbabile, in una Sicilia dove la piaga della criminalità organizzata si alterna al miracolo impossibile tra due reietti. Storia di visione, di libertà e di amore: un ottimo inizio per la carriera registica dei suoi autori.


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