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La grande bellezza

05/21/2013 10:00

Valentina Pettinato

Recensione Film, Commedia, Drammatico, paolo sorrentino, la grande bellezza, dramma, sorrentino,

La grande bellezza

Roma, capitale di parvenu e di finti intellettuali da salotto

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C’era una volta un Re che esercitava il suo potere carismatico su uno stuolo di cortigiani alla deriva, orfani di ogni speranza, sull’orlo di un precipizio, sebbene sorprendentemente (o apperentemente) vitali: questo è lo scenario de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, in una Roma di parvenu e di finti intellettuali da salotto. Il film è un progetto ambizioso di circa 150 minuti, accolto per lo più positivamente dalla stampa internazionale alla proiezione del Festival, anche se non sono mancate le critiche, alcune imponenti. Un film che spiazza, non perdona, fornisce direttive precise, a incominciare dal suo incipit, una citazione di Viaggio al termine della notte di Céline.


Il cuore pulsante della Capitale raccontato attraverso un protagonista che nella propria malinconia e nella rassegnazione ricorda Sean Penn di This Must Be the Place: Jep Gambardella (Toni Servillo), noto scrittore campano trapiantato a Roma, vive del successo del suo unico romanzo, pubblicato molti anni prima. Godendo della notorietà conquistata, Jep si butta anima e corpo nella movida dell’alta società romana, facendo di questo stile di vita quasi una missione: «io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire». Ma Roma - parafrasando Flaiano - ha la capacità di farti un po’ perdere la vita: così Jep ha smesso di scrivere libri e ha iniziato a naufragare nelle acque della dolce vita capitolina, limitandosi a recensire opere d'arte per giornali patinati di cronache mondane e ritagliandosi uno spazio tutto proprio come punto di riferimento della Roma notturna che conta. Tra personaggi surreali - cardinali viveur&cuochi, scrittrici di partito/opinioniste tv, enigmatiche spogliarelliste cinquantenni - e i mille gin tonic, le terrazze, gli strip-club, i botox party, la trama assume le sembianze proprie di un viaggio attraverso gli occhi del protagonista. Fino all'alba, quando camminando solitario per strade silenziose - mentre la vita degli altri incomincia e la sua, lentamente, si consuma annoiata e senza stimoli - si ricongiunge con qualche forma di grande bellezza che lo acceca, come fa il mattino.


In questo zibaldone di elementi eterogenei, il collante è rappresentato dalla dimensione emotiva del protagonista. Sessantacinquenne, Jep non ha più tempo da perdere con cose che non vuole fare: quando è in preda alla nostalgia il suo pensiero torna sempre allo stesso posto, tra le onde del ricordo di un amore perduto per sempre, unico tratto nella sua vita di grande bellezza tra l’accozzaglia di oscenità e volgarità che avvolge quasi tutte le persone di cui si circonda. L’unico tentativo di instaurare un rapporto vero avviene quando incontra Ramona (Sabrina Ferilli) - momento in cui la pellicola imbocca una pista narrativa più solida – o quando tenta di aprire gli occhi a un amico, Romano (Carlo Verdone), che si lascia sopraffare da stelline in cerca di riflettori. Il film appare sotto forma di scorci, elementi a contrasto tra loro in una Roma che guarda austera al disfacimento dei costumi e, impassibile, ne prende le distanze, opponendo l’eleganza delle proprie forme e fattezze. La Grande Bellezza è cinema che si auto-cita, si auto-produce, regalando splendide polaroid di un tour notturno tra miseria e nobiltà, tra sacro e profano. Tutto sembra rispecchiare questo forte dualismo (colonna sonora, inquadrature, personaggi) che alla fine, per non esplodere, si stempera in una sintesi quasi evocativa: dal coro austero di voci femminili (e la toccante I lie di David Lang) alle lunghe sequenze in discoteca; dalle conversazioni frivole dei salotti alla passione (anche religiosa), dalla chirurgia estetica seriale ai pochi sentimenti sinceri. Il tutto impregnato di elementi tratti dall’immaginario felliniano de La dolce vita e 8 e ½: un caos insomma, di stelle (de)cadute più che cadenti. Sul finale, all’improvviso, la vita patinata, per quanto inutile e fine a se stessa, rappresentata dal fasto dei lustrini, e il senso delle cose autentiche (come un amore perso, o la povertà religiosa), trovano la loro sintesi in una sorta di ritorno alle radici. Dal punto di vista registico, le simmetrie estetiche, la colonna sonora, la camera che indugia sui dettagli: tutto sembra raddoppiare il leitmotiv del film, il suo gioco perverso di avvicinare i contrasti: sovraccaricando il lieve e l’etereo da una parte, il grottesco e il fuori misura dall'altra e mettendoli uno di fianco all’altro. Dalle brutture e dai tratti ridicoli di un mondo senza controllo, Sorrentino giunge alla consapevolezza estrema che il bello, quel poco di bello che rimane nella quotidianità, merita silenzio, contemplazione, autenticità.


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