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Tutto parla di te

29/04/2013 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Tutto parla di te

Pauline (Charlotte Rampling), di ritorno a Torino - sua città natale - dopo un periodo all’estero, ritrova Angela (Maria Grazia Mandruzzato), amica di vecchia d

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Pauline (Charlotte Rampling), di ritorno a Torino - sua città natale - dopo un periodo all’estero, ritrova Angela (Maria Grazia Mandruzzato), amica di vecchia data che dirige un Centro maternità. Coinvolta dall'amica nelle attività del Centro, Pauline ha modo di incontrare numerose donne che cercano aiuto per depressione e crisi post partum e le cui esperienze Angela documenta attraverso video e interviste. Tra queste, Emma (Elena Radonicich), neo mamma ed ex ballerina profondamente depressa, attira l'istinto di protezione di Pauline che troverà nella giovane donna la complicità necessaria a rivelare ansie e segreti inconfessati del proprio passato.


Alle spalle di Alina Marazzi – milanese, classe 1964 - ci sono due documentari riusciti: Un'ora sola ti vorrei e Vogliamo anche le rose, di tematica disimpegnatamente femminile e nel loro genere piuttosto commerciali. A cinque anni di distanza dall'opera seconda, approda nelle sale cinematografiche il primo lungometraggio di fiction della regista, una pellicola che di nuovo ha per soggetto l'universo femminile, stavolta in particolare la maternità e le sue conseguenze emotive sulla donna. Di contro alla versatilità e alla sensibilità creativa mostrata precedentemente, per il suo esordio al cinema di finzione la Marazzi realizza un'opera ibrida, senza avere fino in fondo il coraggio di abbandonare lo stile del passato e preferendo inserire, all'interno della debole traccia che fa da sceneggiatura, materiale di attenzione documentaristica, secondo un artificio narratologico forzato che fa apparire talvolta ingiustificata l'interruzione della trama con video o stralci sonori legati alle sindromi depressive legate alla maternità. Ancora manifestamente affezionata alle passate opere, la Marazzi dirige con mano incerta, mentre segue le protagoniste Rampling e Radonicich con occhio fin troppo invadente, carente - in alcune scene che lo pretendono - dell'adeguato contenuto di poetica e con tagli visivi privi di una significazione adeguata (un esempio è la gratuità delle belle immagini fotografiche in dissolvenza di Simona Ghizzoni o il gruppo di sterili ma ben fatte sequenze stop-motion). Neppure gli inserti di danza, i diversi formati video presenti nel film e la sua natura multi-linguistica - che pure sono valsi alla pellicola l'inserimento nella sezione sperimentale CinemaXXI del Festival del Cinema romano – sono sufficienti a fare di Tutto parla di te un'opera riuscita.


Se nei film precedenti era soprattutto il tema della memoria a fare da connessione fra gli inserti raccolti a fini documentaristici, qui la natura intimistica del racconto risulta dominante e il carattere universalistico, che la regista tenta mediante un noto approccio d'inchiesta, tende a stropicciarsi sulle due vicende individuali - piuttosto ordinarie - delle protagoniste: interpretazioni sottotono, scontate e vagamente melodrammatiche. Sia il tema oppositivo delle due età della donna sia l'interessante irrilevanza degli uomini all'interno della trama, per quanto potessero essere buone idee di intreccio, finiscono per ripiegarsi in una trattazione psichiatrica dei mali femminili. Soprattutto il personaggio della Rampling, che prima ascolta e poi si confessa, genera un divario decisamente troppo netto fra la forte natura documentaristica della prima parte e l'approccio sentimentale della seconda. Ciò che faceva delle prime opere della Marazzi prodotti di discreto pregio era la capacità della regista di intersecare contributi di diversa natura (video, testimonianze, stralci fotografici): in Tutto parla di te la medesima fusione, all'interno di intenti cinematografici incerti, non pare rispondere ad un chiaro principio di regia. La pellicola infatti non assurge a dissertazione scientifica sui mali dell'anima muliebre (in gravidanza o neo-genitrice), e allo stesso tempo il pretesto finzionale che dovrebbe reggere la pellicola appare debole e svilito nel contenere una trattazione psicologica forse poco adatta al cinema.


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