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Just Like a Woman

07/03/2013 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Just Like a Woman

Quando nel 1991 approdava sui grandi schermi Thelma e Louise, non in molti si sarebbero aspettati un riscontro tanto forte da far diventare la pellicola non sol

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Quando nel 1991 approdava sui grandi schermi Thelma e Louise, non in molti si sarebbero aspettati un riscontro tanto forte da far diventare la pellicola non solo un cult, ma vera e propria antonomasia della femminilità ribelle e anticonformista. Alla pellicola di Scott, il regista Rachid Bouchareb - nomination agli Oscar per Uomini senza legge - strizza l’occhio con il suo Just Like a woman. I rimandi e gli omaggi sono espliciti, tanto che è impossibile non cadere nella trappola del paragone. Ma mentre il primo rappresentava un film-manifesto, il coraggioso affresco di una coppia di amiche stanche delle frustrazioni e delusioni della vita, la pellicola di Rachid Bouchareb ne è solo una pallida e lontana imitazione.


Marilyn (Sienna Miller) è una centralinista con la passione della danza del ventre, la cui relazione con Harvey, perditempo che sembra non volerne sapere di cercarsi un lavoro, è fonte di frustrante insoddisfazione. Mona (Goldshifteh Farahami), al contrario, è innamorata di un marito che la ricambia, ma deve subire le vessazioni di una suocera che la incolpa di non essere in grado di procreare un erede maschio che possa mandare avanti la discendenza. Queste due donne, dalle vite apparentemente opposte, a seguito di una serie di coincidenze, si troveranno a viaggiare a bordo della decappottabile di Marilyn, direzione Santa Fé, dove Marilyn affronterà un’audizione di danza del ventre.


Just like a woman si presenta al grande pubblico come primo capitolo di una teorica trilogia incentrata sui rapporti tra mondo arabo e americano; una lotta tra Oriente e Occidente senza apparente risoluzione. Nella tesi che fa del razzismo e dei pregiudizi etnici le principali argomentazioni, va ricercato il tasto dolente di una narrazione filmica sterile. Bouchareb sembra dimenticare il destinatario della sua opera, lasciando così il pubblico assistere al susseguirsi di immagini fotografate con sentimento, ma che non entrano nel vivo della storia. Viaggio on the road che vorrebbe inneggiare non solo al proverbiale girl power, ma anche all’idea che culture diverse abbiano in realtà molte cose in comune, Just Like a Woman suscita una sorta di straniamento. L’empatia spettatoriale non ha lo spazio per emergere, nonostante una colonna sonora che comunica molto più di quanto facciano le immagini. Questo anche per via di una sceneggiatura che, in molteplici occasioni, appare forzata e fittizia; alcune scelte drammaturgiche sono frutto di macchinose invenzioni che mostrano tutte le loro difficoltà comunicative. A rialzare l’asticella della qualità filmica è l’interpretazione offerta dalle due protagoniste: Sienna Miller si limita ad eseguire una prova quasi scolastica, mentre a catturare lo sguardo è senz’altro Goldshifteh Farahami, bellissima e profonda protagonista immersa nella propria ingenuità. Ed è nel confronto della femminilità divisa tra due poli opposti che Bouchareb riesce a risvegliare la fruizione. Se, da una parte, gli uomini messi in scena – che, si suppone, rappresentino l’intera categoria – sono sempre coperti da un velo di negatività, il regista suggerisce che, a differenza di quanto si crede, le limitazioni di libertà individuali che da sempre ingabbiano la donna araba sono le stesse contro cui le donne occidentali – più svestite, più indipendenti, e così via – devono combattere. Entrambe le protagoniste sono sottomesse ad un gioco - e un giogo - maschile, contro il quale sembrerebbe non esserci via d’uscita. Uno spunto senz’altro interessante, che però rimane sospeso in mezzo al calderone di idee e accuse che Bouchareb propone allo spettatore, senza mai convincerlo del tutto.


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