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The Rocky Horror Picture Show

10/30/2012 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

The Rocky Horror Picture Show

Molto più di un cult, un'istituzione

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”The longest-running release in film history”, altrimenti detto il film rimasto per più tempo nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Inserito da Entertainment Weekly nella classifica dei 50 imperdibili cult movies e oggi conservato nella cineteca del Congresso degli Stati Uniti, The Rocky Horror Picture Show è molto più di un cult: è un'istituzione, un film manifesto, tra i musical paragonabile solo a Hair e Jesus Christ Superstar. Dalla sua sfortunata uscita al botteghino - nelle prime settimane di programmazione sembrava che il film di Jim Sharman non avrebbe mai raggiunto il musical di Richard O'Brien per afflusso di spettatori - crebbe fino ad essere scagliato nell'olimpo dei film più amati e proiettati di tutti i tempi. Del resto l'opera cinematografico di Sharman – nel 1975 praticamente al suo esordio, se si esclude un corto e un b-movie girati all'inizio degli anni '70 - non ha fatto altro che aggiungere alla pièce di O'Brien grandiosità (mezzi, costumi, atmosfere e cast).


In una notte temporalesca Janet (Susan Sarandon) e Brad (Barry Bostwick), timidi e casti fidanzati prossimi alle nozze, si rifugiano in un castello nel bosco. Qui il Dottor Frank-N-Furter (Tim Curry), in procinto di ospitare il Convegno Transilvano, li accoglie e li introduce nel suo pittoresco mondo fatto di compagni inquietanti, servitori storpi, travestimenti e vagheggiamenti erotici. E di un unico grande sogno: creare in laboratorio un amante bellissimo e perfetto, Rocky Horror.


The Rocky Horror Picture Show si propone, attraverso uno studiato citazionismo e un eccelso gusto per il kitch, come la vera summa della cultura visiva del mondo occidentale. La pop culture è esposta nella villa del Dr.Frank-N-Furter come in un vero e proprio museo: Michelangelo, la Monna Lisa, le creazioni di Pop Art convivono con un più vago arredamento gotico che omaggia il riconoscibile universo soft-horror dei b-movie, quelli derivati da Frankestein e King Kong. Anche The Rocky Horror Picture Show nasce ironicamente come un midnight movie, un film di bassa qualità, da proiettarsi in seconda o terza serata. Eppure almeno la metà delle 20 canzoni che compongono il musical sono oggi leggendarie (Science Fiction/Double Feature, The Time Warp, Sweet Transvestite, Superheroes), così come iconici sono i costumi – replicati in decine e decine di altri film e sketch – e il makeup di Pierre La Roche, studiato originariamente per il volto di Mick Jagger. E poi ci sono loro: Tim Curry - Frank-N-Furter, divenuto dopo Rocky Horror così celebre tra teatro e cinema da diventare simbolo di una stagione attoriale -, una giovane e deliziosa Susan Sarandon, Barry Bostwick, Patricia Quinn e persino lo stesso Richard O'Brien, l'indimenticabile servitore deforme, Riff Raff.


The Rocky Horror Picture Show è stato il primo film a farsi veicolo delle tendenze di liberazione sessuale, di intrattenimento su un tema tabù come la spettacolarizzazione del sesso e a giocare su quanto di più spregiudicato e irriverente fosse ad esso legato. In Italia facevano appena capolino i movimenti di emancipazione e i dibattiti intorno al tema dell'omosessualità, che Rocky Horror approdava nei cinema come un vero e proprio manuale delle tendenze sessuali, dal travestitismo sino parodia più estrema, tanto del puritanesimo come della più ostentata perversione. Una satira irriverente ma sempre trattata con leggerezza e umorismo. Non va dimenticato che il protagonista, il Dr. Frank-N-Furter, è pur sempre uno sweet transvestite, un romantico, il cui scopo di vita è creare l'amante perfetto. Il tema della proclamata libertà sessuale e dello sfogo identitario da cantare a squarciagola, riccamente abbigliati in un costume assurdamente osè, è un sottotesto talmente universalmente valido e catartico da fare apparire più che lecita da quasi 40 anni l'ininterrotta proiezione nelle sale di The Rocky Horror Picture Show.


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