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Videodrome

09/06/2012 10:00

Carlo De Sanctis

Recensione Film,

Videodrome

Chi ha avuto a che fare con il suo cinema, già sa che stiamo parlando di un regista che non fa sconti ai suoi spettatori, trattando sempre argomenti di un livel

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Chi ha avuto a che fare con il suo cinema, già sa che stiamo parlando di un regista che non fa sconti ai suoi spettatori, trattando sempre argomenti di un livello di complessità molto alto quali mutazione genetica, violenza, sesso e fantascienza biologica. Dopo il successo di Scanners, David Cronenberg esplora il mondo onirico con Videodrome, e mette in evidenza con una sceneggiatura ben strutturata ed efficace, la debolezza della mente umana che cerca il benessere attraverso la videodipendenza. Distruggere pensieri con l'utilizzo di mass media digitali, perchè pensare è considerato uno strumento di autodifesa contro il sistema.


Max Rehn (James Woods) è il padrone della Civic TV, il canale 83 che manda in onda materiale pornografico. È deciso a dare una ventata di innovazione al pubblico amante del porno con materiale particolare, nuovo, coinvolgente. Con l'aiuto del suo tecnico riesce ad intercettare Videodrome, una trasmissione pirata che mostra ogni tipo di violenza e mutilazione. Consapevole che questa trasmissione potrebbe acquisire il monopolio dell'eccitazione, decide di accaparrarsene i diritti, mettendola in commercio. Con il passare del tempo Max scopre che Videodrome in realtà non esiste, è soltanto un'allucinazione scaturita dalla sua mente, e tra continue ricerche dell'esodo digitale diventerà impossibile per Max distinguere il reale dall'irreale.


Senza dubbio, una delle pellicole più complesse del regista canadese che usa un James Woods risucchiato dal vortice cronenberghiano di sesso, violenza, mutazione genetica e psicolabilità, per rivelare il controllo assoluto della televisione sulla mente umana. Il significato del film risiede in una frase: "La televisione è la realtà, e la realtà è meno della televisione". L'uomo diventa schiavo delle false verità mostrate sullo schermo, ricercando la perfezione attraverso queste ultime piuttosto che attraverso la realtà stessa. Max che frusta la televisione rappresenta una sorta di piacere reciproco, della televisione nel rendere schiavo l'uomo, e di Max che sfoga la sua frustrazione in quanto consapevole di esserne schiavo. Cronenberg, ergendo il protagonista videotossico a simbolo della debolezza e della psicolabilità umana, e la televisione a strumento di sottomissione usato dal sistema per uccidere il nostro equilibrio mentale, schiude le porte di un cinema difficile e perverso, un universo infinito che percorre il catastrofico viaggio della mente umana verso vicoli ciechi, verso un mondo alternativo dove tutto è controllato e gestito da forze superiori chiamate “macchine da presa”. Temi fedeli al regista come quello della trasformazione della carne e della superiorità della mente sul corpo, erano già stati trattati in film più accessibili e scorrevoli come l'oscuro The brood – La covata malefica e il fantapolitico Scanners. Ma con Videodrome Cronenberg va oltre, prevedendo nel 1983 una realtà di almeno 15 anni dopo. Con una sceneggiatura forse smorzata da qualche dialogo di troppo e il fantastico agglomerato di effetti speciali di Rick Backer, Cronenberg adotta un linguaggio visivo e contenutistico vaticinante, per lanciare un messaggio martellante e profondo ad un pubblico già cieco e sordo ai primi allarmi di distorsione fruitiva multimediale.


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