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La Faida

09/02/2012 10:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

La Faida

È diritto di una famiglia offesa con l’omicidio vendicarsi dell’uccisione di un proprio familiare attraverso un regolamento di sangue, che permette di colpire i

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È diritto di una famiglia offesa con l’omicidio vendicarsi dell’uccisione di un proprio familiare attraverso un regolamento di sangue, che permette di colpire i parenti maschi dei colpevoli. Talvolta è considerato addirittura un obbligo scatenare la faida. Tuttavia il perdono (the forgiveness) viene maggiormente apprezzato, agli occhi della società, rispetto all’attuazione della vendetta. Ma sangue chiama sangue. Il kanun, antico codice di origini medioevali, regola da secoli la convivenza sociale nelle regioni montane dell’Albania settentrionale, attraverso dettami civili su argomenti quali la famiglia, la proprietà privata, l’onore, e anche i delitti. Ma se queste leggi, che operano sopravvivendo in un substrato più largo e più radicato della legalità e dei suoi ordini costituiti, sono rimaste invariate fino al presente, i giovani si trovano invece a rincorrere il passo di tempi che sfuggono, avvertendo l’amaro scotto di vivere a metà la propria giovinezza e le enormi possibilità della contemporaneità, mentre soccombono ad antiche schiavitù e all’arretratezza mentale di una collettività ancorata a rigide consuetudini.


Nik è uno studente di diciassette anni alle prese con i primi amori scolastici e il sogno di aprire, una volta conseguito il diploma, un internet point in un locale sfitto in città. La sorella quindicenne, Rudina, da parte sua cova la voglia di proseguire gli studi dopo la scuola per innalzarsi dalla ristretta realtà di campagna. Il padre Mark, che lavora consegnando derrate alimentari nel piccolo paese, è in conflitto con un’altra famiglia la quale avanza diritti di proprietà su un terreno dal quale l’uomo passa quotidianamente col carro. Quand Mark cerca di risolvere personalmente l’aspra diatriba con i diretti interessati, dopo un violento alterco, un uomo rimane ucciso. La famiglia offesa è legittimata a prendersi la sua vendetta colpendo un membro maschio della famiglia rivale, e per questo, il padre di famiglia accusato dell’omicidio vive latitante e i figli devono rinunciare a frequentare la scuola vivendo reclusi in casa. E mentre la giovane Rudina è costretta ad accantonare anch’ella gli studi per occuparsi del sostentamento della famiglia, Nik cerca a tutti i costi di riconquistare la propria libertà, e trovare un rimedio che possa mettere la parola fine alla faida.


Una giovinezza a metà, dicevamo. In due è divisa la pellicola di Joshua Marston, che dopo la colombiana corriera di droga Maria (Maria full of Grace), affida una vicenda altrettanto amara ai due fratelli albanesi, sottomessi ad un futuro già scritto lontano dal libero arbitrio e dall’autonomia di poter comporre – o scomporre – personalmente i tasselli della propria vita. Silenziosamente contrari a tale incombenza, i giovani protagonisti inghiottono le macerie di cui il presente si fa carico, ma intimamente disposti perfino a schierarsi contro il padre, ingiustamente incolpato – o forse no… –, pur di riappropriarsi degli anni di giovinezza che tutti dovrebbero avere il diritto di assaporare. Come il pater familias latitante, lo sguardo di Marston lascia ai margini velleità etnologiche o faziose, e anche la violenza narrata rimane fuori campo, proprio perché appartenente e scatenata dalle regole di generazioni viete, sorpassate, estranee a quella gioventù che, nonostante tutto, continua a sognare. Affiancando la propria comprensione e compassione all’alienazione dei due ragazzi, alle voluttà, e agli aneliti di spensieratezza, il regista californiano consegna ai loro tentativi maldestri di scavalcare le recinzioni sociali l’anima agrodolce del film. Sui loro volti si arenano le ultime sequenze di The Forgiveness of Blood, e nei loro sguardi carichi di sogni infranti si rispecchia il sacrificio di una gioventù sottomessa a sentimenti di rancore spesso inoppugnabili.


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