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Seven

07/07/2012 10:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Seven

L'oscurità come unico possibile campo di indagine

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L'oscurità come unico possibile campo di indagine. Le luci delle torce a fendere il buio dei più reconditi antri dell'animo umano. Non lava le laide coscienze nemmeno la pioggia, che diventa, piuttosto, scroscio incessante che insozza e intorbidisce. È un tetro cammino quello intrapreso da David Fincher su una rampa lunga sette giorni, scoscesa e diretta al centro dei metropolitani gironi di un inferno senza coordinate, ma prossimo e impellente, urgente nel suo volgersi come interiora tumefatte e viscose. E attraverso gli stilemi thrilleristici della serialità omicida, rimpolpata e condotta a rinnovate aberrazioni psicologiche e visive da Jonathan Demme con Il Silenzio degli Innocenti, e un cast di attori ai massimi picchi di notorietà, il regista di Alien³ si assicura il lasciapassare per introdursi nei circuiti della grande distribuzione hollywoodiana, con un’opera diventata in brevissimo tempo un cult degli anni Novanta.


A pochi giorni dalla pensione, il tenente William Somerset (Morgan Freeman) indaga suo malgrado su un difficile ed efferato caso di omicidio. Per lo stanco poliziotto, disilluso da un mondo di orrore e violenza, è il modo peggiore per chiudere la carriera, ancor di più perché a quel primo assassinio sembra esserne collegato un altro. Quando in città giunge il detective Mills (Brad Pitt) a fare squadra con il tenente, i due inizieranno a dare la caccia ad un paranoico ispirato da un afflato di fanatismo religioso, che sceglie le proprie vittime punendole per la corruzione fisica e morale delle loro vite. Ognuna colpevole irredenta di uno dei sette peccati capitali.


Tra i foschi e calpestati vicoli urbani di generi antichi quanto le crime story di Agatha Christie e Edgar Allan Poe, il regista di Denver - capitale del Colorado, stato delle acque rosse, non a caso, che “colorano” il fiume omonimo – fa valere una connaturata perizia autoptica nel ricucire le diverse gradazioni cromatiche di generi e paradigmi letterari. Sutura la dominante vermiglia di grumose e sanguinolente scene del crimine con la contorsione dei modus investigativi da giallo poliziesco, investiti dall’ombra cupa e torbida di venature spiccatamente neo-noir. Fincher conosce il modo di allestire una camera mortuaria, possiede il gusto umbratile per il racconto d’atmosfera. Sa come sfruttare la macabra avidità dello spettatore, la sua curiosità fruitiva, affidandosi al medio scetticismo sociologico del grande pubblico per avanzare dilemmi di natura morale su un mondo marcio che va a rotoli, e spingendo i pochi buoni propositi dei protagonisti – l’ottimismo pavoneggiante di Mills, la vulnerabile speranza materna della Paltrow – nell’inceneritore di un pessimismo cosmico metropolitano uggioso e angoscioso. Lo scambio di battute del triangolo Mills/Sommerset/Doe, durante l’estenuante viaggio conclusivo verso il patibolo, non è solo il retorico corollario di frasi ad effetto nel decadente umanesimo di fine millennio, ma la diagnosi terminale dei sintomi oncologici e delle tumefazioni avvertite lungo tutta la narrazione. Un cupo resoconto, teso e spedito su rotaie incandescenti che portano ad un solo crocevia. E ad un solo inferno, senza via di ritorno.


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