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Rock of Ages

06/12/2012 10:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Rock of Ages

“Take me down to the Paradise City, where the grass is green and the girls are pretty”...

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“Take me down to the Paradise City, where the grass is green and the girls are pretty”. La Los Angeles della fine degli anni ’80 era sicuramente il luogo in cui qualsiasi aspirante rockstar doveva andare, sudandosi il diritto di salire su un palco e costruire la propria fama. Rock of Ages, del regista di Hairspray Adam Shankman, è la celebrazione del mito dell’hard rock, adattamento cinematografico dell’omonimo musical che tanto successo aveva già ottenuto a Broadway e che sul grande schermo trova una nuova, efficace rielaborazione.


Il film prende le mosse dall’arrivo in città di Sherrie (Julianne Hough), aspirante cantante giunta dal Midwest con tanti sogni e i suoi dischi preferiti a farle compagnia. Il destino vuole che la ragazza incontri Drew (Diego Boneta), anche lui aspirante cantante, che si invaghisce subito di lei e le procura un lavoro al Bourbon Room, vero tempio dell’hard rock sul Sunset Strip. Da qui in poi il film si sviluppa intrecciando la storia dei due innamorati con quella degli altri protagonisti del film: la superstar Stacee Jaxx (Tom Cruise) col suo agente Paul (Paul Giamatti), il padrone del locale Dennis (Alec Baldwin) e il suo assistente Lonny (Russel Brand), l’attivista anti rock e moglie del sindaco, Patricia Whitmore (Catherine Zeta-Jones).


Va subito detto che non è la storia l’elemento trainante del film: si tratta di un canovaccio che anche il meno smaliziato fra gli spettatori non farà fatica a prevedere. Il film prende forza piuttosto dal modo in cui racconta la vicenda: Rock of Ages è una vera dichiarazione d’amore per un genere musicale che ancora oggi conta molti estimatori, capace di segnare un’epoca con i suoi eccessi, la goliardia, l’ironia, la carica sessuale che gruppi come Def Leppard, Twisted Sister, Bon Jovi, Kiss, Journey o Guns'n'Roses hanno saputo trasmettere ed interpretare come nessun altro. Indubbiamente il film si muove sui binari della nostalgia, un sentimento che in questi casi non è mai triste - il rock in fondo non è mai morto e will never die - ma piuttosto entusiasta, autoironico e a tratti profondo nel suo dar conto delle tante sfaccettature di un fenomeno molto variegato. In questo è fondamentale, oltre all’accuratezza delle ricostruzioni, la scrittura dei dialoghi e l’ottima selezione di brani, il lavoro svolto da un cast davvero in ottima forma, che trova in Tom Cruise una punta di diamante inaspettatamente brillante. L'attore di Mission Impossible interpreta l’archetipo della rockstar come raramente si era visto sullo schermo, offrendo anche un’ottima prova canora e delle performance sul palco degne di un vero e consumato rocker. Volendo trovare una nota stonata, questa è rintracciabile nella scelta dei due giovani protagonisti: nel tentativo evidente di strizzare l’occhio anche al mondo pop, la Hough e Boneta risultano troppo "puliti" per risultare credibili, cantando canzoni indissolubilmente legate a figure come Pat Benatar o David Coverdale: le loro voci mancano della necessaria ruvidezza e questo è a tratti evidente, sebbene in parte giustificato dalla storia ed utile anche a dare conto di altri aspetti dell’epoca a cavallo fra anni ’80 e ’90, come appunto la progressiva affermazione del pop commerciale. Se siete degli appassionati di hard rock vi entusiasmerete nell'ascoltare i brani dei Quiet Riot o dei Poison. Se invece non avete una chiara idea di chi siano, l’augurio è che la visione del film vi induca alla scoperta di alcune delle band più entusiasmanti della nostra epoca.


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