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The Double

03/10/2012 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

The Double

Paul Shepherdson (Richard Gere), ex agente della CIA in pensione, è richiamato dal governo ad indagare, insieme al giovane agente dell’FBI Ben Geary (Topher Gra

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Paul Shepherdson (Richard Gere), ex agente della CIA in pensione, è richiamato dal governo ad indagare, insieme al giovane agente dell’FBI Ben Geary (Topher Grace), sull’omicidio di un senatore degli Stati Uniti. L’FBI sospetta infatti che l’omicidio possa essere opera del ricercatissimo assassino sovietico conosciuto come Cassius, mentre Shepherdson, che per anni è stato sulle tracce del criminale, è convinto che questo sia ormai morto da anni. Inizialmente scettico sulle doti investigative del giovane Geary, Shepherson scoprirà invece che l’agente dell'FBI non solo conosce alla perfezione le mosse dell’assassino, ma si rivelerà anche un detective di prim’ordine. Entrambi si renderanno presto conto che il caso è più pericoloso di quello che pensano.


Thriller e spionaggio per l’esordio alla regia di Michael Brandt, che dirige una pellicola di troppe aspettative e poca credibilità. Come insegnano i manuali di sceneggiatura esistono due tipi di giallo: quello in cui lo spettatore scopre insieme al detective chi è l’assassino e quello in cui lo spettatore è messo da subito a conoscenza dell’identità dell’assassino, e attende il momento in cui il protagonista lo inchioda. Questo secondo caso è forse il più difficile da sviluppare. Come sapeva bene Hitchcock, una volta svelato allo spettatore il colpevole, per tenerlo incollato allo schermo occorre una grande regia e grandi interpreti. In The Double l’identità dell’assassino Cassius viene svelata dopo i primi venti minuti, i migliori del film. Il resto, è noia. La regia di Brandt si rivela inadatta a gestire una sceneggiatura all’apparenza complessa e la vicenda si incastra fin da subito nel tema del doppio gioco, tra finti assassini e veri criminali e nel pluri-abusato tòpos del poliziotto buono contro quello cattivo. Il montaggio tenta la più semplice delle vie, quella della narrazione frammentata, con flashback ed ellissi, ottenendo come unico risultato quello di rimarcare passaggi più che ovvi e di far apparire ridondante ciò che lo spettatore facilmente riesce a capire da solo.


Anche la scelta del cast appare oscura. Che Richard Gere non otterrà mai dal filone thiller-drammatico la popolarità che gli conferisce la commedia romantica non è una novità. Il suo ruolo risulta però qui addirittura poco credibile; persino anagraficamente certe scene di combattimento appaiono inverosimili. Topher Grace è invece più plausibile, pur con una recitazione ingenua e un personaggio che passa dallo scontato all’assurdo. Tutti gli altri ruoli, dai cattivi e cattivissimi, fino ai capi FBI e alla moglie dell’agente segreto, sono appena tratteggiati. Ben più grave, a non reggere è la stessa sceneggiatura nella sua interezza: oltre ai numerosi buchi narrativi, la vicenda delle spie infiltrate, l’assassino sovietico, il traffico di armi dalla Russia agli USA, i servizi segreti che indagano, sembrano tutti elementi tratti dal copione di uno degli 007 di Roger Moore. Su queste premesse, il film di Michael Brandt appare fuori tempo, e non solo cinematograficamente, ma di almeno vent’anni.


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