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Pearl Harbor

04/07/2011 10:00

Kriss Rifurgiato

Recensione Film,

Pearl Harbor

Un triangolo amoroso, un dramma bellico ambientato a Pearl Harbor

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Il re Mida di Hollywood Michael Bay realizza con Pearl Harbor un film di strabiliante maestria dal punto di vista tecnico ma che lascia sgomenti per l'esagerata retorica e la banalità della trama. Stroncato dalla critica con violenza talvolta eccessiva, Pearl Harbor ha sbancato i botteghini di tutto il mondo pur riducendo un evento storico di capitale importanza per gli sviluppi e gli esiti della Seconda Guerra Mondiale a pretesto per raccontare l'ennesima storia d’amore, azione, eroismo e buoni sentimenti made in USA.


Scontato il soggetto: triangolo amoroso sullo sfondo di tragici eventi storici. Ben Affleck veste i panni di Rafe McCawley, Josh Hartnett quelli di Danny Walker. I due, amici d’infanzia con una passione sfrenata per tutto quello che riguarda il volo e gli aeroplani, sono entrambi ufficiali dell’aviazione americana. Rafe è perdutamente innamorato di Evelyn, una infermiera interpretata dalla splendida Kate Beckinsale. Sul loro amore, però, incombe la Seconda Guerra Mondiale. Il pilota statunitense, infatti, decide di arruolarsi come volontario tra le fila degli aviatori inglesi della Royal Air Force di Sua Maestà. Mentre Rafe cerca gloria per i cieli d'Europa, Evelyn e Danny vengono invece trasferiti a Pearl Harbor, l'avamposto della marina militare americana sull'Oceano Pacifico. È qui che li raggiunge una notizia agghiacciante: Rafe è caduto in battaglia, il suo aereo è stato abbattuto durante un duello con l’aviazione tedesca sui cieli della Manica. La sua morte ha come immediata conseguenza l'avvicinamento, dapprima timido, tra la bella infermiera e Danny. Inevitabilmente tra i due esplode un amore sul quale il ricordo dell’amico scomparso aleggia come uno spettro troppo difficile da scacciare. La situazione si complica ulteriormente quando Rafe fa la sua comparsa a Pearl Harbor, più bello e vivo che mai: il dramma geometrico del triangolo amoroso esplode in tutta la sua potenza. Il corso degli eventi, però, non lascia tempo alle loro vicende personali. È il 7 dicembre del 1941 quando la flotta aerea dell'ammiraglio Isoroku Yamamoto si abbatte su Pearl Harbor come un castigo divino: è l'inferno. Gli Stati Uniti d’America entrano ufficialmente in guerra.


Pearl Harbor è una creatura di Michael Bay in tutto e per tutto; cocktail nemmeno così ben shakerato in cui il regista californiano non esita a impiegare in massicce dosi i suoi ingredienti preferiti: personaggi monodimensionali, patriottismo mieloso, sequenze mozzafiato, montaggio da vertigine e una morale da proud to be american all’ennesima potenza. I 40 minuti dell’attacco a Pearl Harbor, però, sono da standing ovation e suscitano ammirazione. Bay ha usato sette caccia giapponesi Zero d’epoca e ne ha ricostruito ben trecento al computer. La lunghissima sequenza è stata filmata da dodici macchine da presa. Trecento gli stuntman impiegati, un centinaio le comparse. Non si è badato a spese: le drammatiche quanto suggestive scene dell’affondamento della Oklahoma, della Arizona e della West Virginia sono state filmate nelle enormi vasche degli studios messicani Rosario. Quattordici i milioni spesi complessivamente. Numeri a parte, la scrittura affidata a Randal Wallace - buon sceneggiatore anche se troppo spesso incline alla retorica del sentimento - non è di aiuto al regista: il suo è un copione superficiale e con dialoghi spesso da soap opera. Il giudizio sul cast, stellare – da John Voigth ad Alec Baldiwin, da Ben Affleck a Cuba Gooding Jr - si attesta su un poco lusinghiero “senza infamia e senza lode”. Fuori dal coro soltanto la voce di Baldwing: convincente ed intenso il suo tenente colonnello Doolittle. La ricostruzione d’epoca, non senza errori storici, è accurata pur rendendo un cattivo servizio al film poiché patinata, finta, artefatta.


Inviso all’Accademy che non perde mai occasione per metterlo alla berlina, Michael Bay è senza dubbio un regista di talento, tecnicamente capace ed evoluto, egocentrico, sopra le righe ed eccessivamente innamorato di quella bandiera a stelle e strisce che spesso e volentieri sventola nei suoi film. Il pubblico, però, lo ama: istrionico, spaccone, eccessivo, proprio come il suo cinema. Questo è Michael Bay: prendere o lasciare.


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