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L'Alba dei Morti Viventi

04/22/2009 10:00

Leonardo Piva

Recensione Film,

L'Alba dei Morti Viventi

La vita di Ana Clark (Sarah Polley, già attrice ne La mia vita senza me e Il dolce domani), è piuttosto ordinaria: infermiera con una famiglia appena costruita

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La vita di Ana Clark (Sarah Polley, già attrice ne La mia vita senza me e Il dolce domani), è piuttosto ordinaria: infermiera con una famiglia appena costruita e custodita nella più tranquilla villetta di un rispettabile quartiere. Ma una strana epidemia si diffonde per la città e per il mondo intero; le persone sviluppano un’insensata propensione all’aggressività che contagia chi viene morso dagli infetti. Dopo essere riuscita a scappare avrà la fortuna di incontrare altre persone ancora “sane” sul suo percorso, e insieme i superstiti troveranno riparo in un supermercato. Dopo un primo periodo di diffidenza, formeranno un solido gruppo, stringendo un’imprevista “amicizia a distanza” anche con l’abitante del palazzo vicino; prenderanno ben presto consapevolezza che il rifugio non potrà essere sicuro ancora a lungo. Nascono così gli zombie del 2000: assolutamente atletici, instancabili e con un minimo di furbizia in più rispetto ai loro predecessori.


Opera prima di Zack Snyder, conosciuto ai più soprattutto per i suoi due film successivi: 300 in cui si narrano le gesta degli Spartani guidati da Leonida (alcune scene sono già entrate nella pop culture, gran merito all’interpretazione cult di Gerard Butler) e il più recente Watchmen, e in entrambi i casi non ha disdegnato un ritorno, anche se in momenti ben più circoscritti, ad immagini e sequenze assolutamente gore. L’Alba dei Morti Viventi è un film che si distingue principalmente per la sua concretezza: ritmo sostenuto e make-up vecchio stile ma al servizio di un impatto visivo moderno; l’horror è forse l’unico caso in cui la cgi, almeno allo stato attuale, è meglio che resti fuori dai giochi. Il genere dell’orrore dovrebbe essere uno specchio, riflettere le paure che in quel determinato periodo hanno il sopravvento nella vita quotidiana; in tempi recenti è emblematico il caso del dittico Hostel, col primo capitolo segnato dall’inquietudine della guerra in Iraq e dalle vicende della prigione di Abu Ghraib, e il secondo centrato sul senso dell’apparenza, in grado di nascondere dietro persone dall’aspetto tranquillo massacri domestici ed efferati omicidi nelle scuole o nei college.


Il film di Snyder in tal senso si riallaccia perfettamente all’ondata NeoCon che negli anni tra il 2002 e il 2004 probabilmente raggiunse il suo massimo splendore. Un sotto testo sociale e politico sufficiente per dare al film una giustificazione, e la possibilità di non essere archiviato nella categoria che propone solo arti mozzati.


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