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Fast and Furious

16/04/2009 10:00

Marco Etnasi

Recensione Film, Azione, fast and furious,

Fast and Furious

Scommesse, donne mozzafiato e eroi in automobile

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Scommesse, donne mozzafiato che si specchiano sui vetri laccati di splendidi prototipi di macchine, uomini che fanno delle corse automobilistiche illegali una ragione di vita o di morte, droga e musica sparata a livelli inimmaginabili. In questo contesto si inserisce Brian O’Conner (Paul Walker), giovane, biondo, all’ultima moda e con una macchina blu metallizzato da togliere il fiato. A prima vista un altro folle concorrente di Race clandestini; in realtà poliziotto infiltrato per sgominare la banda di Dominique Toretto (Vin Diesel), “Re” delle gare automobilistiche da strada e capo di una gang criminale, che per arrotondare lo stipendio da meccanico, assalta tir con carichi di inestimabile valore grazie all’ausilio di macchine guidate ad altissima velocità. Brian riesce nell’intento di entrare a far parte della banda di Dom ma le cose non vanno esattamente come la polizia di Los Angeles aveva progettato.


Diretto da Rob Cohen, Fast and Furious è il perfetto connubio tra cinema e televisione, tra inseguimenti automobilistici al cardiopalma, sulla scia di The Italian Job e The Blues Brothers, e programmi televisivi di tendenza e demenzialmente tecnici come Pimp My Ride. Proprio nel tentativo di evitare che il film si infranga sulla barriera del piccolo schermo si inserisce la sceneggiatura di David Ayer, a onor del vero non il punto forte della pellicola, ma intelligente nel diluire l’enorme quantità di informazioni tecniche legate specificatamente alle vetture, e a dare ampio respiro ad una trama che appare rinnovata e rinvigorita a ogni visione; una modernità che contrassegna il lavoro di Cohen come un cult movie. Sicuramente da sottolineare sono gli effetti speciali di Robert Simokovic, che grazie a salti epici e incidenti a velocità spettacolare, fanno del comparto stilistico una delle componenti più riuscite dell’intera realizzazione.


Per stessa ammissione del regista di Dragon - La storia di Bruce Lee la vicenda si ispira alla degradante crescita di episodi riguardanti corse automobilistiche clandestine, nella quale viene inserita appunto la storia dei due protagonisti. Proprio in questo nodo tra crude realtà e finzioni romanzate si articola il principale merito di Rob Cohen, cioè quello di costruire un plot che supera il rischio di rimanere ancorato ad un’argomentazione quasi settoriale, spaziando su più generi. Un esperimento molto ben riuscito che riesce a trovare nel giusto bilanciamento tra piccolo e grande schermo il proprio punto di forza.


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