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Il papà di Giovanna

09/28/2008 10:00

Silvia Badon

Recensione Film, italiano, avati, silvio orlando,

Il papà di Giovanna

Alla 65^ Mostra del cinema di Venezia, il nuovo film di Pupi Avati ha rappresentato l’Italia in concorso...

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Alla 65^ Mostra del cinema di Venezia, il nuovo film di Pupi Avati ha rappresentato l’Italia in concorso. Con il pretesto di un episodio di omicidio, Avati racconta una “piccola storia di perdenti” in una delle tante famiglie italiane all’epoca del Fascismo.


Michele Casali (Silvio Orlando) non si occupa di politica e non è neppure uno di quelli che possono fare la storia d’Italia in quegli anni così difficili. Egli è un semplice professore di disegno in una scuola superiore di Bologna; si è laureato all’Accademia con Morandi e sogna di poter scrivere un libro di memorie sulla giovinezza trascorsa con l’amico pittore ormai famoso. È sposato con una donna avvenente e introversa (Francesca Neri), esclusa dalle attenzioni del marito che vanno tutte alla loro unica figlia, Giovanna (Alba Rohrwacher), diciassettenne timida che studia nello stessa scuola del padre. Chiusa e bruttina, Giovanna si sente diversa dalle sue coetanee, non attira gli sguardi dei ragazzi e non ha molte amiche; su di lei c’è sempre l’ombra rassicurante di un padre che cerca di renderla felice in ogni modo, anche abusando del proprio ruolo di professore a scuola. La ragazza e il padre costruiscono un mondo di confidenza e di protezione che impedisce loro di vivere la vita vera; il desiderio che la figlia si senta “normale”, non consente a Michele di vedere i reali problemi dell’adolescente. Il comportamento di Giovanna infatti non è causato da un semplice disagio caratteriale ma da un vero e proprio disturbo psichico, originato da un dolore più profondo, che la porterà un compiere un gesto assoluto e disperato.


Avati sceglie di ambientare la vicenda nella città della sua infanzia e uno degli aspetti più apprezzabili del film è la ricostruzione di Bologna, dagli anni precedenti allo scoppio del conflitto mondiale fino al Dopoguerra. Dopo un ritorno all’horror (Il nascondiglio), il regista bolognese ci propone una storia di sentimenti e dolori familiari, dove protagonista è un intenso e commovente rapporto tra padre e figlia, che sopravvive alla difficoltà di essere “diversi” in una società ottusa come quella dell’epoca fascista.Il film ha fatto vincere la coppa Volpi al miglior attore ad un Silvio Orlando versatile, che, negli anni, abbiamo visto in numerosi ruoli comici e drammatici; il premio è ben meritato da questo attore che ha dimostrato le sue capacità in tutta la sua carriera più che in questa singola prova. Orlando è senza dubbio il pilone portante di tutto il cast, affiancato da Alba Rohrwacher all’altezza del suo ruolo. Oltre ai due protagonisti, nei panni della madre troviamo una Francesca Neri che convince poco ed emoziona ancora meno, invece stupisce piacevolmente Ezio Greggio, che non presenta un grande campionario espressivo ma si trova a proprio agio nelle vesti del “buon” poliziotto fascista.


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