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Sentieri selvaggi

07/06/2008 10:00

Silvia Badon

Recensione Film,

Sentieri selvaggi

Il capolavoro western di John Ford

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Quando si parla di western, si parla quasi sempre di due uomini che hanno reso celebre tale genere, l’uno dietro, l’altro davanti la macchina da presa: John Ford e John Wayne. Il film di Ford comincia con una porta che si apre e finisce con una porta che si chiude sullo sconfinato paesaggio del deserto americano, ma nel porticato esterno del ranch vi rimane sempre Ethan (John Wayne), viaggiatore solitario, senza casa né famiglia.


L’unico legame affettivo è la famiglia del fratello (Walter Coy) che lo accoglie a braccia aperte alla fine della guerra di Secessione; purtroppo anche quel bagliore familiare, nella vita di Ethan, verrà spazzato via a causa dell’antica e leggendaria rivalità tra bianchi e indiani. Il cowboy però non è così immune a sentimenti, come John Wayne ci vorrebbe far credere con la sua espressione imperturbabile da colono sempre alla conquista della frontiera: nella casa del fratello c’è Martha (Dorothy Jordan), la donna che Ethan ha sempre amato e che non può avere. Dopo il passaggio della tribù Comanche non si salverà neppure lei, solo la piccola Debbie (Natalie Wood), rapita dal capo tribù (Henry Brandon), rappresenta l’ultima possibilità per il protagonista di salvarsi dai propri fantasmi razzisti e recuperare un rapporto umano. Per chi credeva di vedere uno dei tanti film western con i balli country e le sparatorie alla diligenza, qui invece trova la vicenda di uno dei personaggi più ambigui e complessi del cinema di Ford e di questo genere cinematografico.


Il viaggio di Ethan per ritrovare Debbie è un lungo percorso alla ricerca di sé stesso, più che della nipotina, contro i pregiudizi e i rancori di un uomo inaridito e tormentato. Ad accompagnarlo c’è Martin (Jeffrey Hunter), un mezzo-sangue indiano che l’uomo ha trovato da piccolo, abbandonato dopo che gli indiani gli avevano ucciso i genitori e cresciuto con la famiglia del fratello. Lui è il vero personaggio sradicato ma con sani valori, che sa ancora riconoscere nella Debbie diventata sposa del capo indiano, la figura fraterna e non perde la speranza di riportarla a casa. Martin alla fine potrà, sollevato, entrare nella casa della sua nuova famiglia, dove invece per Ethan non c’è posto. Riconosciuto universalmente come uno dei capolavori del cinema di Ford e del western in generale, all’uscita nelle sale, nel 1956, il film suscitò reazioni contrastanti. Rivedendo oggi, con occhio moderno, questo capolavoro osannato, mostra alcune contraddizioni: alle maestose inquadrature della Monument Valley seguono finti tramonti di plastica; nella dettagliata ricostruzione dei villaggi Comanche, con ampia descrizione delle loro tradizioni, troviamo ragazzoni americani lampadati; sequenze divertenti si alternano a scene di duello assurde e ridicole. Probabilmente questi sono solo piccoli dettagli, quello che rimane è l’immagine di un cowboy che si allontana nel deserto.


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