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Rocky IV

04/18/2008 10:00

Vito Sugameli

Recensione Film, Rocky, stallone, pugili,

Rocky IV

Giunta al quarto capitolo, dopo un esordio sorprendente premiato da pubblico e critica, la serie fatica a mantenere un costante equilibrio qualitativo...

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Giunta al quarto capitolo, dopo un esordio sorprendente premiato da pubblico e critica, la serie fatica a mantenere un costante equilibrio qualitativo. Questa volta è il pugile sovietico Ivan Drago – interpretato dal massiccio Dolph Lundgren – a voler sfidare il campione di Filadelfia. Segni distintivi: possenza fisica, dialoghi ai minimi termini e cattiveria in abbondanza. La sua ferocia è così fulminante da portare Rocky (Sylvester Stallone) allo scontro, più per l'onore che per il titolo: ciò che desidera fortemente è vendicare la morte dell'amico Apollo Creed (Carl Weathers), morto sul ring per mano del pugile costruito in laboratorio.


Ora che Rocky Balboa è entrato di diritto nell'immaginario collettivo, si fa sempre più concreto l'allarme stanchezza: specialmente in Rocky IV, l'impronta psicologica data da Sylvester Stallone rasenta il rattoppo e il suo alter ego sembra non avere più nulla da dire. Dialoghi incollati con la saliva e situazioni rielaborate in tragedia per cercare un appiglio emotivo con il pubblico non subiscono l'effetto voluto. Per la prima volta Bill Conti cede la sua preziosa eredità a Vince DiCola, il quale svolge un modesto lavoro di aggiornamento, ponendo maggiore enfasi sulla musica cantata piuttosto che sulla struggente bellezza strumentale. Il quarto capitolo è in assoluto il più trash – ben più di Rocky III e ridondante di tutta la saga; quello più esagerato e indissolubilmente legato alla sua epoca. A mancare non è solo un reale motivo che giustifichi l'ennesimo sequel ma il cuore, lo stesso che aveva reso grande il capostipite già in fase di scrittura. Invece Rocky IV è orfano di idee e di passione; un progetto zoppicante che anticipa il crollo definitivo che sarebbe avvenuto con l'uscita di Rocky V. Gli appassionati non mancheranno di esaltarsi – il tema della vendetta genera sempre molta apprensione – pur consci di applaudire la copia sbiadita del loro idolo.


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