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Curon: cosa manca alla serie horror di Netflix

2020-08-05 22:36

Marco Filipazzi

Netflix Original,

Curon: cosa manca alla serie horror di Netflix

Per capire come mai Curon non funziona preferiamo rispondere a una domanda: perché Netflix non si è affidata a chi, in Italia, l'horror lo fa già e anche bene?

 

 

 

Per capire come mai Curon non funziona preferiamo rispondere a una domanda: perché Netflix non si è affidata a chi, in Italia, l'horror lo fa già e anche bene?

 

 

Così la paura viene declinata da Netflix in varie produzioni europee. Le distopie angoscianti dell'inglese Black Mirror sono portate avanti dalla piattaforma streaming dalla terza stagione in poi. La Francia ha mischiato demoni, streghe e folklore locale nel bellissimo Marianne. L'Olanda ci ha fatto conoscere Ares, riflessione sull'oscurità di potere e ambizione, mix spietato tra thriller e horror che molti spettatori non sono riusciti a finire.

Il Belgio ha virato sulle tinte apocalittiche con Into the night, in cui la luce del sole è in grado di uccidere l'umanità. Bloodride è una serie antologica norvegese, una rivisitazione in chiave molto più cinica e spietata di Ai confini della realtà. E l'Italia? Beh, noi abbiamo prodotto Curon.

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Prima ancora che la serie uscisse sulla piattaforma, sul web impazzavano recensioni che la stroncavano su praticamente tutti i fronti. Non una grossa novità per un prodotto di genere italiano, visto la tendenza degli spettatori di casa nostra è di essere sempre molto esterofili. Basti pensare che i nostri registi horror del passato sono stati glorificati all'estero, mentre in patria li abbiamo riscoperti e rivalutati solo negli anni 2000. Insomma, non proprio un esempio di lungimiranza e obiettività, sia da parte della critica che da parte del pubblico generalista.

Eppure con Curon c'erano tutte le carte in regola per sperare in un buon prodotto: una location naturale suggestiva e unica nel suo genere, un po' di folklore popolare (cosa che in Italia non manca di certo), un trailer che prometteva il giusto mix di segreti familiari e misteri locali. La storia, almeno nell'incipit, si appoggiava a un canovaccio abbastanza classico, il che per un certo tipo di horror non è nemmeno un male: una madre, con i due figli adolescenti, torna dopo molti anni a Curon, suo paese natale. Ad attenderli, un clima ostico e un passato che la donna ha cercato di dimenticare, seppellire, ma che inevitabilmente tornerà a chiedere il conto.

A fare da contorno la gente del paese, ostile e chiusa, a tratti bizzarra, quasi a voler rievocare le atmosfere lontane di Twin Peaks; il tutto condito da leggende locali: si dice che le campane suonino ancora per reclamare l'anima di qualcuno e ovunque per il paese sono sparsi croci e lumini per tener lontano le ombre. Insomma, ci si poteva credere in un prodotto del genere.

 
E invece... la critica non ha salvato praticamente nulla: sceneggiatura, dialoghi, recitazione, colonna sonora, gestione dei tempi, tensione narrativa. Giusto le scenografie naturali del lago di Resia, con il caratteristico campanile che spunta dallo specchio d'acqua (indubbiamente suggestivo). Ma Curon è davvero così disastroso? La risposta è "abbastanza": basti pensare che il fulcro centrale della vicenda non viene mai chiarito.

Potremmo stare qui a demolire pezzo dopo pezzo l'operato di Netflix, ma criticare sarebbe troppo facile rispetto a riflettere su dove realmente stia il problema. E il problema principale di Curon è riassumibile in una sola questione: perché Netflix ha affidato un prodotto simile a chi con l'horror non c'entra nulla?

I creatori della serie sono Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano e Ezio Abbate. A parte quest'ultimo - che per Netflix ha già lavorato alla scrittura di molti episodi di Suburra – La serie ed è accreditato come co-cretaore de I Diavoli per Sky - il resto della writers room non ha un curriculum che spicca né in fatto di esperienza seriale nè per l’horror.

Alla regia si alternano il regista televisivo Fabio Mollo (Renata Forte, Tutto può succedere, Come quando fuori piove) e Lyda Patitucci. Quest'ultima è la sola ad avere un briciolo di esperienza: è cresciuta professionalmente grazie a Matteo Rovere come regista della seconda unità di Veloce come il vento, nella trilogia di Smetto quando voglio e Il primo re. Tutti ottimi film, che si distaccano dal solito panorama cinematografico italiano, eppure molto lontani dall'horror, dal thriller e dal mistery.

Eppure il cinema di genere italiano non è morto, anzi. Là fuori ci sono registi e sceneggiatori che ne conoscono molto bene le regole e sono costretti ad arrabattare finanziamenti per poter produrre i loro film rigorosamente indipendenti. Negli ultimi anni abbiamo persino visto arrivare in sala alcuni di questi prodotti che nulla hanno da invidiare alle produzioni d'oltreoceano, titoli come The Nest – Il Nido, The End? L'inferno fuori e persino il molto più ricco Suspiria di Luca Guadagnino giusto per citare i più recenti.

Alla regia si alternano il regista televisivo Fabio Mollo (Renata Forte, Tutto può succedere, Come quando fuori piove) e Lyda Patitucci. Quest'ultima è la sola ad avere un briciolo di esperienza: è cresciuta professionalmente grazie a Matteo Rovere come regista della seconda unità di Veloce come il vento, nella trilogia di Smetto quando voglio e Il primo re. Tutti ottimi film, che si distaccano dal solito panorama cinematografico italiano, eppure molto lontani dall'horror, dal thriller e dal mistery.

Eppure il cinema di genere italiano non è morto, anzi. Là fuori ci sono registi e sceneggiatori che ne conoscono molto bene le regole e sono costretti ad arrabattare finanziamenti per poter produrre i loro film rigorosamente indipendenti. Negli ultimi anni abbiamo persino visto arrivare in sala alcuni di questi prodotti che nulla hanno da invidiare alle produzioni d'oltreoceano, titoli come The Nest – Il Nido, The End? L'inferno fuori e persino il molto più ricco Suspiria di Luca Guadagnino giusto per citare i più recenti.

Amazon Prime Video ha da tempo messo in catalogo molti film di Roberto D'Antona (Fino all'Inferno, The last heroes, The wicked gift) oltre alla serie tv The Reaping. Quest'ultima, una crime-story che galleggia a metà tra il noir e l'horror, si snoda attraverso nove personaggi e, episodio dopo episodio, avvinghia lo spettatore all'interno delle sue spire, andando a toccare temi scottanti come omofobia, la pedofilia e la violenza sulle donne. Serie realizzata a bassissimo budget, girata nel novarese, eppure competitiva (se non superiore) a molti prodotti di "fascia alta" su molti aspetti, specialmente in quello che conta di più in un prodotto seriale: la scrittura! Sempre su Prime si può godere anche della serie indipendente Herbert West Reanimator di Ivan Zuccon (una garanzia in questo panorama!) ispirata all'omonimo racconto di H.P. Lovecraft.

Insomma, di nomi italiani nell’horror ci sono: gente che questo genere lo conosce, lo ama e lo realizza da anni. Perciò perché non dare a loro la possibilità di cimentarsi con una produzione ad alto budget e vedere che cosa ne viene fuori? Le carte per ottenere un risultato migliore di Curon ci sono tutte e sono già sul tavolo. Non vederle significa essere sciocchi. 

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