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The Handmaid's Tale - Stagione 3

2019-09-17 10:00

Aurora Tamigio

Recensioni Serie TV,

The Handmaid's Tale - Stagione 3

Sin dalla prima stagione, correva l’anno 2017, The Handmaid's Tale si è imposto nello scenario seriale televisivo come un prodotto di immenso fascino ma anche

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Sin dalla prima stagione, correva l’anno 2017, The Handmaid's Tale si è imposto nello scenario seriale televisivo come un prodotto di immenso fascino ma anche di grande complessità. I temi trattati, ma anche l’impianto narrativo, che dalla protagonista June si è lentamente espanso all’intera Gilead, hanno reso la scrittura non sempre limpida. Un elemento di coraggio e difficoltà è stata la scelta, dopo la stagione uno, di distaccarsi dal romanzo di Margareth Atwood per procedere in autonomia con una storia "ispirata a" e non "tratta da".


The Handmaid's Tale non è un racconto corale – e lo conferma la regia impeccabile, che continua a mettere al centro di ogni azione l’Ancella interpretata da Elisabeth Moss – ma i personaggi che ruotano attorno a lei vengono indagati e collocati con più cura sulla grande scacchiera che compone questa terza stagione. La season 3, per quanto conservi puntate meravigliose e sequenze cult, sembra più che altro funzionale a traghettare la vicenda dal piano personale dei protagonisti a quello sociale. In attesa di una quarta stagione, che si preannuncia ancora più politica e più collettiva. Giunta alla stagione 3, The Handmaid's Tale non mette più al centro della vicenda i sentimenti dei protagonisti, quanto invece le loro scelte. Il posto che ogni prigioniero, aguzzino o ribelle di Gilead decide di occupare nell’universo dello show. Che cosa ha fatto, che cosa può fare ciascuno per costruire un mondo migliore? È questa la domanda al centro di alcuni dei migliori dialoghi della stagione: quelli tra June e Serena (da alleate, nella prima parte della stagione, e anche da nemiche nella puntata 3x06 ambientata nella Nuova Washington); tra June e il medico nella 3x09; tra Waterford e Luke nella 3x12.


Questa terza stagione mostra parecchie incertezze, anche rispetto alle precedenti. Sono molte - più che nella stagione passata - le linee narrative aperte e chiuse troppo velocemente (la separazione tra June e sua figlia Hannah), quelle abbandonate (il ricongiungimento di Emily con la sua famiglia in Canada), quelle confuse (la relazione tra June e Serena, tra Fred e sua moglie). Gli haters non hanno mancato di sottolineare l’andamento altalenante di questa stagione. Ma, pur con i suoi alti e bassi, il discorso che lo show di Bruce Miller sta portando avanti da tre anni è altissimo, contraddittorio e di grande attualità. Sappiamo che The Handmaid's Tale avrà una quarta stagione: quello che ci aspettiamo per la prossima season è più politica e una migliore gestione dei personaggi (vecchi e nuovi), per togliere un po’ di peso dalle spalle da gigante di Elisabeth Moss.


Burn, motherfucker, burn


Avevamo lasciato Serena Joy Waterford nel finale della stagione 2, in preda alla sofferenza per la perdita di sua figlia, a gestire il fallimento della propria personale rivolta a capo delle Moglie. Sconfitta e folle di dolore: è così che la ritroviamo. La schizofrenica premiére, in cui la tensione cresce e scema senza una vera logica, raggiunge il suo picco emotivo con il rogo da parte di Serena Joy della camera da letto in cui si è compiuta la Cerimonia tra Offred e Fred; il simbolo della sua ossessione materna, il simbolo del suo fallimento in quanto donna sterile.


June, che delle passate première era stata protagonista assoluta, è stavolta osservatrice della furia distruttiva di Serena. C’è un grosso problema in questa stagione nella gestione del personaggio della signora Waterford, continuamente rimbalzata da protagonista ad antagonista, da complice a ribelle, in un modo che disorienta lo spettatore. Ma il problema sta nella relazione tra Serena e June, tra Serena e Fred non nella costruzione della sua psicologia. Sull’oscillare continuo della Waterford da vittima a carnefice si fonda il suo personaggio, teorica di Gilead e sua prima schiava. Con il rogo della première, inoltre, viene introdotto uno dei simbolismi di questa terza stagione: Inferno vs Paradiso.


Heaven is a place on Earth


La puntata 3x09 Heroic è probabilmente la migliore di questa stagione. Scritta, diretta, fotografata con una tale perfezione da costituire una piccola storia dentro la storia. Accusata di aver contribuito alla violenta crisi isterica della sua compagna di passeggio Ofmatthew, June è costretta a vegliare in ospedale sul corpo dell’Ancella: finita in coma, dopo che un Occhio le ha sparato, la ragazza è tenuta in vita artificialmente perchè incinta. Il valore della vita è il tema di questo episodio. Il valore della vita del bambino di Ofmatthew, l’unico che conta: «I honor the Handmaid's life by saving her child», dice a June il medico che ha in "cura" la ragazza, specificando che il suo paziente è il feto e non l’Ancella. Il valore della vita di Ofmatthew, praticamente nullo, è sottolineato dall’insistenza chirurgica con cui vengono mostrati le sevizie mediche a cui è sottoposta la ragazza.


Infine, il valore della vita di June che partecipa da spettatrice alle torture a cui è sottoposta la sua compagna e che in questo episodio presta il suo sguardo allo spettatore, in un continuo alternarsi di soggettive e finte soggettive. Il tutto, accompagnato dalle note stranianti del successo di Belinda Carlisle che ci ricorda che il Paradiso si trova sulla Terra, ma non a Gilead. L’atmosfera lisergica che accompagna l’episodio ci convince per quasi tutta la sua durata che ci sia un principio di follia in June, aspirante omicida e forse aspirante suicida. Ancora una volta, però, la chiave per non impazzire è appellarsi alla maternità. Al ricordo di una madre (quella di June, che viene evocata in ospedale) e alla speranza data a un'altra madre, Ofmatthew, negli ultimi istanti della sua vita.


My children


E se l’episodio 3x09 è ciò che convince June all’eroismo, che ci mostra in questa stagione il suo volto più umano nell’assistere fino alla fine la compagna di cui anche lei ha contribuito alla disgrazia, seguiamo la sua piena trasformazione da seduttrice, sobillatrice, manipolatrice e ribelle… in un vero e proprio soldato della Resistenza. In una condottiera senza paura. June è una madre che ha fatto di tutto per salvare le sue figlie, Hannah che non ha mai smesso di cercare e Nichole che ha messo in salvo, e questo le è valso il rispetto delle Ancelle.


Ma le Marte? Il legame tra June e queste "invisibili", le vere protagoniste della Resistenza di Gilead, si realizza a pieno dopo l’uccisione a Jezebel del Comandante Winslow, il grande antagonista di questa stagione, ideatore del regime ancora più integralista e repressivo che vige nella capitale Washington. June ha così l’occasione di raggiungere le amiche Moira e Emily nella vera Resistenza, quella che si sporca le mani contro Gilead. Vero pezzo da collezione: il montaggio alternato sul finale dell’episodio 3x11, sul brano di Kate Bush Cloudbusting, che mostra la vestizione di June mentre le Marte si esercitano in quello che riesce loro meglio: fare pulizia.


You are the gender traitor


Il tradimento è l’altro grande tema di questa stagione. Traditrice è June, che ha promesso a Serena di prendersi cura della loro bambina e invece l’ha affidata a Emily per portarla in salvo in Canada. Quest’ultima, la prima ad aver subito la punizione riservata alle "traditrici di genere" nella stagione 1, è protagonista di una bellissima storyline di ritorno a casa, purtroppo abbandonata nella seconda metà della stagione.


Traditrice è Serena, che abbandona la lotta di June per tornare tra le Mogli e complottare per avere sua figlia. E il tradimento è ciò che contraddistingue il rapporto dei Waterford, dalla prima stagione fino ai colpi di scena delle ultime due puntate della season 3. Traditrice è anche zia Lydia, di cui nel 3x08 viene mostrato un flashback particolarmente illuminante. Il tradimento è ciò che si insinua nella storyline che lega June ai coniugi Lawrence: il rapporto tra Joseph e la sua fragile moglie era già stato accennato nella stagione passata, ma qui viene sviscerato dalle origini sino al termine, passando per la splendida sequenza della Cerimonia tra Joseph e Ofjoseph nell’episodio 3x10.


Men: it's fucking pathological


Grandi assenti di questa storia restano (per quanto ancora?) gli uomini. La delusione più grande della stagione resta Nick: la sua figura, potenzialmente ponte tra il mondo degli esclusi e dell’aristocrazia che governa Gilead, viene liquidata in poche sequenze. Grandi aspettative sul personaggio interpretato da Max Minghella restano per la prossima stagione. Allo stesso modo Luke, il marito di June, non riesce mai a imporsi nella trama in modo definitivo e non è ancora chiaro dove voglia andare il suo personaggio. Ciononostante, Luke è protagonista di due delle più belle sequenze della stagione: la “confessione” di June nella 3x05 (è ancora Nick che viene evocato) e l’attesa della figlia Hannah all’arrivo dell’aereo con i bambini in Canada. Unico uomo che si rende, suo malgrado, partecipe della lotta è Joseph Lawrence: a lui viene dato il compito di simboleggiare e rappresentare, con la sua ipocrisia, i fantasmi familiari e la granitica ottusità, che dentro Gilead esiste fallimento e sofferenza anche per gli uomini.


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