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Oscar 2020: Parasite, il parassita che è dentro ognuno di noi

2020-02-10 10:23

Marco Filipazzi

Articoli, Editoriale,

Ecco perchè, secondo noi, l'ultimo dirompente film di Bong Joon-ho meriterebbe ogni Oscar a cui è candidato

Siamo parassiti. Tutti. In modi e misure diverse. Siamo alla costante ricerca dell'approvazione degli altri, bisognosi di fare parte di qualcosa di più grande, bramosi di sentirci importanti. È la società che lo richiede, imponendoci con prepotenza un modello di vita instabile che promette il massimo risultato (economico soprattutto) con il minimo sforzo.


Non importa in quale parte del globo viviamo: questo concetto è universale, solamente viene declinato in modi differenti a seconda del contesto. Non importa che Parasite sia una pellicola prodotta in Sud Corea: il cinema è un linguaggio universale in grado di parlare a tutti e il messaggio del film di Bong Joon-ho arriva forte e chiaro anche dall'altra parte del globo, adattandosi a diverse chiavi di lettura.


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Cosa sia Parasite, è difficile dirlo. Un film, certo. Un bellissimo film - di quelli che ormai sono diventati merce rara - in grado di inchiodare alla poltrona, torcere lo stomaco e poi restare lì, annidato nel nostro cervello, per giorni e giorni dopo la visione. Proprio come un parassita. È un horror? Decisamente no. È un thriller? Non proprio, anche se c’è una sequenza, circa metà film, che è un picco di tensione pazzesca (che esplode alla frase Siamo lì tra otto miniti, prepara la cena!). È un film drammatico? In buona parte sì. L'etichetta che forse più gli si addice è quella del disturbing drama, perché senza dubbio Parasite è un {a href=https://www.silenzioinsala.com/articoli/1925/cinema-estremo-come-fare-per-conoscerlo-comprenderlo-e-appre}film estremo{/a}.


Nei concetti, nei contenuti e soprattutto nel sottotesto socio-politico che mette in scena. Nel messaggio di denuncia sociale (su più fronti, c'è anche un intero sottotesto dedicato ai social network che meriterebbe un film a parte) che scaglia contro gli spettatori. Un po' come Noi di Jordan Peele: solo che lì l’insulto era rivolto principalmente agli americani, mentre qui ci colpisce tutti in piena faccia.


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Insomma Parasite è un film difficile, ostico, sicuramente non destinato alle masse. La regia di Bong Joon-ho satura ogni immagine di simbolismo e sottotesti, per giocare sapientemente con primi piani e sfondi, senza dimenticare l'estetica impeccabile di ogni inquadratura. E, poi, per quanto possa fare incetta di premi, arrivando fino agli Oscar, un’opera coreana non sarà mai mainstream, soprattutto se racconta di divario sociale e "scalata" verso il successo. Di ricchi e di poveri. Di privilegiati e parassiti.


Di cosa parla Parasite? Di una famiglia povera, molto povera, con poca voglia di rimboccarsi le maniche per uscire dalla situazione di miseria totale in cui si trova. Tutti meno che il figlio adolescente, che vede nello studio una via di fuga, il quale ha l'occasione di poter dare ripetizioni (a pagamento) alla figlia di una ricca famiglia. Ma questo è solo l'incipit del film, ed è impossibile aggiungere altro senza correre il rischio spoiler. Spoiler intesi come svolte di trama e di sceneggiatura realmente imprevedibili, che ribaltano di continuo la prospettiva, capovolgono le situazioni, facendole evolvere in maniera del tutto anarchica - eppure così logica - sino a donare allo spettatore un quadro finale completo che è allo stesso tempo appagante, straziante e agghiacciante.


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Con quel finale fiero e orgoglioso, ma allo stesso tempo del tutto svuotato da ogni speranza. Un finale che rievoca a gran voce gli ultimi minuti de La 25ª ora - Monty Brogan è andato in carcere o è scappato nel west? - lasciando ognuno di noi libero di trovare la propria, giusta interpretazione. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Il gatto di Schrödinger è vivo o morto dentro la scatola? Il finale di Parasite è un monito di speranza o una pessimistica illusione? E noi in quale realtà viviamo: quella che ci circonda o quella che abbiamo dentro la nostra testa?


L’opera di Bong Joon-ho parte dalla superficie per iniziare a scavare (e scavarti) dentro, sempre più in profondità, mano a mano che i personaggi si spingono sempre più il là, sempre più giù, fino alle viscere di un freddo bunker di cemento che è la parte più dura del cuore di ogni uomo.


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È uno di quei film che fa da specchio deformante della nostra realtà, in grado di parlarci a più livelli. Ma soprattutto di farci fermare per un momento, mettendo in pausa la nostra vita frenetica e darci il tempo di riflettere su di essa. Forse Parasite non vincerà l'Oscar, magari perché troppo estremo per piacere all’Academy, ma ciò non toglie che è tra i migliori film degli ultimi anni e sicuramente anche di molti a venire.


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