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Star Wars: George Lucas, ascesa e caduta di un Ribelle contro l'Impero (Disney)

2020-02-04 19:35

Marco Filipazzi

Articoli, Editoriale,

Dopo 40 anni la saga degli Skywalker si è conclusa, dividendo i fan con l'ultimo film uscito a dicembre 2019: senza più paura degli spoiler, ecco un'analisi di

Dopo 9 film, lunghi più di 40 anni, la saga degli Skywalker si è finalmente conclusa... dividendo i fan. Se tutti amiamo la trilogia classica, sono sempre di più anche coloro che apprezzano i tre film prequel; e, anche tra gli hater, in molti sono concordi nel “salvare” l’Episodio III. Le vere note dolenti, però, arrivano quando si parla dell'{a href=https://www.silenzioinsala.com/articoli/1906/star-wars-story-lera-disney-gli-spin-off-e-le-3-generazioni-}era Disney di Star Wars{/a}. Ecco perchè.


bLucas, da Ribelle a Stormtrooper/b


Quando scrisse Star Wars: Episodio IV - Una nuova speranza, al secolo solo


Guerre Stellari, George Lucas faceva parte della bNew Hollywood/b: un gruppo di giovani autori che voleva imporre il cinema indipendente realizzando film rivolti al grande pubblico che univano intrattenimento, sentimenti e grandi doti tecniche.


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Di fatto era un Ribelle che combatteva l'Impero dello star system hollywoodiano. Solo che accanto a lui non vi erano Chewbe o Han ma Steven Spielberg, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e parecchi altri nomi che ora sappiamo essere stati fondamentali per almeno tre generazioni di spettatori.


Sul {a href=https://www.silenzioinsala.com/articoli/1896/star-wars-story-la-prima-volta-non-si-scorda-mai}primo Guerre Stellari{/a} nessuno voleva scommettere: un film che arrabattava soluzioni visive e che, mano a mano che si presentavano i problemi di budget, provocò un pesante esaurimento nervoso al suo regista rischiando di non essere mai finito. Ma Star Wars: Episodio IV - Una nuova speranza è figlio della ferrea volontà di Lucas di preservare le sue idee senza cedere a compromessi. Insomma, il film fu un vero miracolo.


Vent’anni dopo Lucas mise mano alla trilogia classica con le famigerate Edizioni Speciali, ingolosito dal potenziale della CGI. Fu sull’onda di questo entusiasmo che nacque {a href=https://www.silenzioinsala.com/articoli/1903/star-wars-story-la-trilogia-prequel-tra-speranze-e-delusioni}la trilogia prequel{/a}. Passiamo parlarne male quanto vogliamo – la visione troppo ambiziosa per la CGI del 1999, Hayden Christensen non proprio all’altezza, la proverbiale legnosità delle sceneggiature di Lucas, bJar Jar Binks/b e i midichlorian – ma con il senno di poi è innegabile la visione dell’autore dietro quella storia.


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È vero: alcuni passaggi sono raffazzonati e frettolosi. Ma i personaggi sono coerenti e tutto conduce a un terzo atto, Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith, che ci ricorda perché abbiamo stretto i denti e ingoiato l’amaro sino a quel momento. Una trovata commerciale? Senza dubbio, ma è vero anche che Lucas ottenne il proprio final cut per tutti e tre i film, accettando anche qui ben pochi compromessi e curando ogni aspetto della produzione.


Nel 2005, conclusa questa nuova trilogia, George Lucas ha ormai 60 anni, un patrimonio incalcolabile e nessuna intenzione di dedicarsi ad altro (non che dagli anni ‘90 ne abbia mai avuta molta). Rinuncia così al suo spirito ribelle e diventa un Mestro Apricodici qualsiasi, pronto a vendersi al miglior offerente. E così il 30 ottobre 2012 Walt Disney Company gli stacca un assegno da 4,05 miliardi di dollari, comprando la bLucasfilm/b con tutti i diritti a essa associati. Tre anni dopo {a href=https://www.silenzioinsala.com/articoli/1906/star-wars-story-lera-disney-gli-spin-off-e-le-3-generazioni-}un nuovo film{/a} esce nei cinema.


bL’alba dell’Impero/b


È inutile negarlo: alla vigilia dell’uscita di Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della Forza eravamo tutti fomentati. Ognuno di noi aveva aspettative, speranze e un proprio film dentro la testa. Eravamo bombardati ovunque dal marketing e l’hype era alle stelle. Poco importava che la trama del film fosse troppo simile a Una nuova speranza: le premesse per una storia interessante c’erano tutte, le domande rimaste in sospeso moltissime e la maschera di bKylo Ren/b davvero bella! E poi ritrovare sullo schermo Han, Leila e (anche se per pochi secondi) Luke fu incredibile.


Poi arrivò Rogue One: A Star Wars Story, un film non necessario, ma che dimostrava come l’universo di Star Wars, se maneggiato con sapienza, poteva ancora essere spremuto: è impossibile non commuoversi sul finale, quando capiamo quanto questo tassello si incastri alla perfezione nel quadro stellare. Fu ciò che accadde dopo a rovinare tutto.


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C’era stato detto che Lucas aveva lavorato a stretto contatto con la produzione come consulente, salvo poi scoprire che le sue idee la Disney - con rispetto - le aveva prese, gettate nel water e tirato lo sciacquone. Un bene, un male? Non lo sapremo mai. Ciò che conta sono i film arrivati in sala. Pellicole studiate a tavolino per accontentare tutti e non offendere nessuno. Un agglomerato di fan service ruffiano dove ci vengono propinati ancora e ancora rimandi al passato. Dove nessuno dei personaggi, che avrebbero dovuto essere gli eroi delle nuove generazioni, ha un benché minimo sviluppo salvo Kylo Ren.


Rey scopre la Forza ed è già potentissima: sa combattere con la spada laser, sa manipolare le menti, sa spostare gli oggetti con la telecinesi... allora che ci va a fare da Luke? Poe è un pilota arrogante e sbruffone…e basta. Perché alla fine è ancora arrogante e sbruffone. Finn era il personaggio più interessante (disertore del Primo Ordine) ma finisce con il girare a vuoto e custodire un segreto inconfessabile che non viene chiarito nel film ma che J.J. Abrams si è affrettato a svelare in conferenza stampa il giorno dopo l’uscita.


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Non che con i personaggi secondari vada meglio: il senso della comparsata di un attore del calibro di Max von Sydow? L’inutilità di Snooke, che appare sullo schermo in una sola scena? Rose Tico, personaggio difeso a spada tratta dalla Disney e drasticamente ridimensionato nell’ultimo film dopo lo proteste dei fan (ok, anche Lucas lo aveva fatto con Jar Jar), rimpiazzata da Dominic Monagham (che per inciso ha ottenuto il ruolo grazie a una scommessa vinta con Abrams!).


D-0 è l’emblema di quanto questi film sottovalutino il proprio pubblico: un droide che esprime emozioni elementari, utili allo spettatore per capire il mood della scena. “Triste”, “felice” e poco altro: giusto per rendere il tutto il più didascalico possibile. E lasciamo perdere Hux: un generale del Primo Ordine che ha dato il comando di distruggere 5 pianeti della Nuova Repubblica la cui ultima battuta prima di morire è «Non mi importa chi vince, l’importante è che Kylo Ren perda!»: non importa chi vince… dopo aver commesso un genocidio? Quanto a Lando, la sensazione è che l’abbiano messo nel film solo perché avevano ucciso tutte le vecchie glorie e non sapevano più chi ripescare. Infatti hanno tirato fuori dalla naftalina persino l’Imperatore, senza alcun senso logico, senza alcun segno “premonitore” sparso nei primi due film, anzi, bruciandosi il “colpo di scena” (leggi anche: arruffianarsi i fan) già nel primo trailer!


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Tutto ciò non fa altro che rafforzare l’impressione che un piano originale la Disney lo avesse, ma è stato corretto in fretta e furia assecondando il più possibile il fan service. Perché di fatto questa trilogia non aggiunge nulla al discorso di Lucas: non lo aggiorna, non lo modernizza e lo conclude in maniera confusa e illogica. L’unica cosa che ci fa intendere, in maniera nemmeno troppo velata, è la colossale operazione di marketing fine a se stessa.


bLettera di un fan deluso/b


Con Guerre Stellari ci siamo cresciuti. Quei film sono parte di noi, del nostro DNA. E allora perché questa nuova trilogia ha fatto crollare un mito che in tanti pensavamo essere immortale? Avete presente quando un amico, uno che conoscete da tantissimo tempo, diciamo il vostro migliore amico, d’un tratto, senza un perché, vi delude? Se accade una volta, in nome dell’amicizia pluridecennale, chiudete un occhio. Poi passa del tempo, i rapporti si raffreddano ma restano comunque buoni. Quando una seconda delusione vi arriva addosso, incassate il colpo, eppure non vi arrendete. Alla terza delusione, per quanto tramortiti, siete ormai preparati e sapete come reagire. Però il vostro migliore amico non esiste più: è cambiato, diventando qualcosa che non riuscite a riconoscere. Vuoto, freddo, insensibile.


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Ecco, qualcosa del genere si prova uscendo da Star Wars: L'ascesa di Skywalker: un mix di rabbia, frustrazione, amarezza e, ovviamente, delusione. Il vostro amico di sempre non c’è più, ora pensa solo al denaro, a come guadagnarne sempre di più facendo sempre di meno. Star Wars, ormai, è questo: una macchina per fare soldi, che non potrà mai smettere di farne, nonostante i personaggi insulsi e le storie ritrite che ci seguiteranno a propinare ancora e ancora, all’infinito, con nuove trilogie, spin-off, serie tv. Perché la verità è che, di fatto, George Lucas ha venduto i piani della Morte Nera all’Impero. E ormai non c’è più nessuna Alleanza Ribelle che possa fermare loro conquista di questa galassia.


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