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Non solo 8 Mile: la Settima Arte racconta l’Hip Hop

2018-06-27 08:20

Andrea Desideri

Articoli, Approfondimento,

Dalla fine anni '70 è toccato all’Hip Hop raccogliere la contestazione: il cinema non ha mancato di raccontare questa cultura e i suoi protagonisti

Il premio Pulitzer 2018 a Kendrick Lamar, così come il Nobel di Bob Dylan, è la dimostrazione di quanto la musica abbia da offrire in termini culturali e di eredità alle nuove generazioni. Ecco perché chiunque sia in grado di intercettare un cambiamento, anticipandolo, è degno di nota e di lode.


Basta leggere la motivazione legata all’assegnazione del prestigioso premio giornalistico che, per la prima volta, viene conquistato da un rapper: «Damn è una virtuosa collezione di canzoni, il cui fil rouge è dato dall’autenticità del linguaggio utilizzato e da un dinamismo ritmico che regala immagini toccanti, in grado di catturare al meglio la complessità della vita attuale della comunità afro-americana».


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Quel che conta, dunque, è raccontare. Tramandare. Dare voce. Questo è il compito del giornalismo, con qualsiasi mezzo e modo. La musica, in questo senso, può diventare potentissima. E il cinema non ha mancato di accorgersene, raccontando storie, vizi e virtù generazionali con l’ausilio di colonne sonore intramontabili.


In principio è stato Hair: il ’68, l’epoca dei “capelloni”, dei pantaloni a zampa, della Beat Generation, della ribellione giovanile. Ma dalla fine anni Settanta in poi è toccato all’Hip Hop raccogliere la contestazione. Dall’Inghilterra all’America, sempre in nome delle minoranze vessate, incomprese, ignorate. Ecco che Hip Hop Boulevard – meglio conosciuta col nome di Sedwick Avenue – diviene il centro nevralgico del nuovo mondo, fatto di quattro arti (canto, ballo, writing e djing) che prestano il fianco alla Settima.


bDal ghetto al grande schermo/b


Nel 1995 Mathieu Kassovitz dirige L'odio, un film che coglie profondamente lo spirito sovversivo di quegli anni in cui la danza e, più in generale, l’arte sono le uniche armi (lecite) per combattere il sistema. L’Hip Hop non è fatto (solo) di “criminalità” ma anche e soprattutto di atteggiamenti sovversivi che coinvolgono vaste suggestioni culturali.


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Questa summa di influenze e stimoli, in sala, viene collimata con i biopic: operazione nostalgica che raccoglie i protagonisti di un’epoca, facendoli emergere a capi popolo di una liturgia. Non si può evitare un richiamo a Straight Outta Compton di F. Gary Gray, che racconta fedelmente la storia e l’evoluzione degli NWA col grande pregio di aver appassionato anche i cosiddetti “occasionali. La sceneggiatura è stata candidata agli Oscar proprio per la sua architettura complessa ed eterogenea in grado di far breccia nell’animo di chiunque.


Restando in tema di eccellenze, Notorious Big fa da padrone: la mole di lavori e progetti (non solo filmici) a lui dedicati è tale da dover fare una scrematura che culmina in Notorious B.I.G. di George Tillman. L’opera ha il pregio di rappresentare l’uomo e l’artista con credibilità e sfrontatezza, seppur rimanga comunque molto lenta nella resa finale. Come, del resto, impone la conformazione intellettuale e fisica del personaggio. Un lavoro apprezzabile dagli appassionati più che dai semplici amatori.


Per quanto riguarda i flop, vale a dire quella pletora di progetti partiti sotto i migliori auspici e che hanno finito col disfarsi clamorosamente, un posto d’onore lo occupa certamente il recente All eyez on me di Benny Boom. In Italia non doveva arrivare, ma poi (per fortuna) l’hanno tenuto in sala soltanto pochi giorni. Unica nota positiva: la spudorata somiglianza del protagonista con Tupac Shakur. Un film che lascia l’amaro in bocca, fra inesattezze e gaffe. L’Hip Hop vanta anche grandi protagoniste al femminile: lo sa bene Michael Laernel che, su Netflix, ha raccontato la storia di Roxanne Shantè con Roxane Roxane.


bNon solo biopic/b


Nel mare magnum di questo repertorio, subito dopo i biografici, si classificano gli ibridi che mescolano la componente biografica e il drama. Eminem e 50cent si collocano benissimo in tale contesto, quasi quanto sulla scena musicale. 8 Mile di Curtis Hanson è una vera e propria pietra miliare del genere: con quest’opera, Marshall - o il suo alter ego Slim Shady - entra nel mondo del cinema dalla porta principale. Stesso discorso per Get rich or die tryin di Jim Sheridan, che snocciola la vita di Curtis James Jackson III.


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Il nostro Paese, però, non è stato a guardare. E mentre in America macinavano casi cinematografici, in Italia abbiamo provato a tenere il passo senza troppo successo. Zeta di Cosimo Alemà, noto regista di videoclip musicali approdato al lungometraggio, è una storia Hip Hop soltanto perché c’è scritto nel sottotitolo di presentazione. Un’opera più commerciale che rappresentativa. D’altronde il rischio era dietro l’angolo: quantomeno velleitaria la pretesa di voler portare a Corviale una cultura nata altrove.


In compenso, a casa nostra, va molto il documentario. Rimette le cose a posto, o meglio, ripara i danni fatti sui vari set Numero zero di Enrico Bisi: il racconto di come un certo modus vivendi a stelle e strisce abbia influenzato positivamente determinate mentalità italiche. Comunque la si veda, con la cultura Hip Hop ormai bisogna fare i conti, non soltanto perché vende e cattura, ma poiché è l’unica fonte in grado di avvicinare giovani e adulti sul concetto di inclusione sociale.


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