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Ready Player One: perchè gli anni Ottanta sono i nostri preferiti

2018-04-08 15:18

Marco Filipazzi

Articoli, Speciale,

Da Stranger Things all'ultimo film di Steven Spielberg: ecco perché gli 80s piacciono così tanto, e non solo ai nerd

Ready Player One, prima il libro di Ernest Cline e poi il film di Steven Spielberg, è l’ennesima glorificazione dell’immaginario degli anni Ottanta. Anzi, ne è il monumento definitivo oltre il quale è impossibile spingersi senza rischiare di cadere nel ridicolo.


Perché gli b80s/b sono un periodo che, ormai da diversi anni, sta prepotentemente - forse anche forzatamente - tornando di moda, al punto da diventare per alcuni (me compreso) una vera ossessione. Ma perché il pensiero dei trentenni e quarantenni continua a stagnare lì, guardando al passato anziché al futuro? In parte è anche la stessa domanda che Steven Spielberg pone allo spettatore.


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L’ingenuità smaliziata e un po’ trash, l’iconografia pop, la mancanza di tabù, la minore paranoia e la libertà dal politically correct (specie se confrontati ai 2000): possibile che sia solo questo spirito leggero la chiave di tutto? Indubbiamente no, ma è comunque una parte fondamentale del fascino degli Ottanta.


bNostalgia e collezionismo/b


Qualche mese fa su bNetflix/b è sbarcata una bellissima docu-serie, I giocattoli della nostra infanzia, che esplora l’impatto delle action figure sulla società 80s. Erano solo giocattoli, ma ciò che emerge (al di là dell’imperante corsa al guadagno delle case produttrici) è il crescente desiderio dei bambini di possedere ogni personaggio, accessorio o mezzo disponibile sul mercato. Un desiderio che con il passare degli anni – e con la crescita del bambino in adulto – si è evoluto in collezionismo.


Quei giocattoli, che costavano pochi spicci, ora arrivano a sfiorare cifre vertiginose: come il leggendario bBoba Fett/b con lanciarazzi battuto all’asta per 20.000 dollari. Per lo stesso principio oggi, a ogni nuova uscita cinematografica o videoludica, vengono realizzate sculture in edizione limitata dei protagonisti, vendute ai collezionisti per svariate centinaia (se non migliaia) di euro. Se non ci credete fatevi un giro sui vari siti di Hot Toys, Sideshow Collectibles, NECA e persino Lego.


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Si tratta di feticismo creato da quegli stessi bambini che non hanno mai smesso di giocare con i loro personaggi preferiti: ora che detengono il potere monetario e non devono più elemosinare mance da genitori o parenti sono liberi di spassarsela! Però questo placebo, volto ad anestetizzare il senso di nostalgia, non si limita al collezionismo ma va a intaccare ciò che più sacro vi è nella nostra memoria: i film con cui siamo cresciuti.


bFranchise e citazioni/b


In questa ondata di revival è importante distinguere due categorie: gli omaggi latenti e lo sfruttamento maniacale. Esistono autentici mostri sacri del cinema che il nerd non accetta di veder snaturati dalla sete di denaro di chi ne detiene i diritti. Tra i tanti: Ritorno al futuro, I Goonies, Ghostbusters - Acchiappafantasmi, Indiana Jones e i predatori dell'Arca perduta, Jurassic Park e la saga di Star Wars. Fatta salva la creatura di Robert Zemeckis (lo stesso regista ha dichiarato nel documentario Back in time: «Non ci sarà nessun altro film della saga finché non sarò morto») tutti gli altri franchise sono stati aggiornati.


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Dalla sacrilega profanazione di Ghostbusters (se Playmobil ha recentemente commercializzato dei set ispirati al film del 1984 ma non a quello del 2016 un motivo ci sarà) al rinnegato quarto capitolo dedicato al più famoso archeologo americano; dal trascurabile Jurassic World (un franchise che ha iniziato a zoppicare sin dal secondo capitolo nel 1997) all’imbarazzante spremitura di Star Wars, con l’annuncio di un film all’anno… da oggi sino all’infinito e oltre!


Da stoico nerd vi posso dire che nessuno di questi film ha aggiunto qualcosa di significativo ai discorsi aperti (e chiusi) negli anni ’80. «Ma fanno leva su un pubblico più giovane, alle case di produzione non interessano i vecchi nerd come te» direte voi: può essere vero, ma al contrario di un tempo oggi siamo costantemente bombardati da mega-eventi cinematografici. Solo quest’anno la bMarvel/b sfornerà 3 film in sei mesi, a cui vanno aggiunti quelli targati Fox (altri 3 titoli tra aprile e novembre); a maggio uscirà Solo: A Star Wars Story, a giugno Jurassic World: Il regno distrutto. Non c’è il tempo di far sedimentare un evento che già si è in attesa del successivo. Ecco il problema degli anni 2000: la frenesia!


Inoltre tutto è ormai mainstream e sdoganato, cosa che al vero nerd non piace: lui ama la nicchia, le sottoculture; adora scendere nel dettaglio capillare, formulare fan-theory, cercare le discrepanze con il materiale d’origine e lamentarsi di quanto sia stato tradito. Per questo gli omaggi sono molto più apprezzati rispetto alle esumazioni delle vecchie saghe. Turbo Kid, {a href=https://www.silenzioinsala.com/82/stranger-things/recensione-stagione-1}Strangers Things{/a}, Beyond the gates, Everything sucks sono solo alcuni titoli che di recente hanno creato storie originali grondanti cultura anni ’80, dense di rimandi (a volte difficilissimi da scovare) e assolutamente rispettosi.


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Non snaturano qualcosa che amiamo, ma lo glorificano come faremmo noi. Da questo presupposto nasce Ready Player One di Ernest Cline: libro imprescindibile per la generazione a cavallo tra quella X e i Millennial. E sempre su questo pilastro si erge il film di Steven Spielberg, autentico monumento al citazionismo nerd.


bBrutto e nerd is the new figo e palestrato/b


Tutti sono in grado di scorgere all’interno della messa in scena di Steven Spielberg personaggi noti come Batman e Joker, le tartarughe ninja o Super Mario. Ma quando sullo schermo vediamo apparire (per 3 secondi su 140 minuti) lo Spawn di Todd McFarlane il cuore di tutti i nerd si apre: innanzitutto perché è un personaggio ancora non sdoganato al grande pubblico, in secondo luogo perché rappresenta l’adolescenza di tanti. La mia, di sicuro.


Questo è il fulcro di Ready Player One e il motivo per cui farà impazzire un sacco di persone: perché accanto a macroscopiche citazioni come la DeLorean ne inserisce migliaia invisibili, latenti, nascoste e nerdissime che probabilmente nessuno da solo sarà mai in grado di cogliere in toto. E lo fa senza mai mancare di rispetto a niente e nessuno (Stanley Kubrick compreso, in una scena che meriterebbe uno speciale a se stante).


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Ma le citazioni non si fermano al solo comparto visivo, la sceneggiatura stessa è intrisa di anni ’80: l’incipit (un emarginato in cerca di amici), i sentimenti messi in scena (il valore dell’amicizia, l’ideale di libertà e giustizia), la contrapposizione netta dei personaggi (i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivi, senza sfumature), la storia d’amore, l’ironia mai fuori luogo. Steven Spielberg, che questo immaginario ha contribuito a crearlo, non ostenta e non indugia mai, ma mette in scena un’opera gigantesca, ammaliante e densissima. Che per una volta (forse) riuscirà a mettere d’accordo tutti i fan, di qualsiasi generazione.


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