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Se il Natale fosse un film: Piccole Donne, un racconto familiare

2019-12-19 10:34

Aurora Tamigio

Articoli, Speciale Natale,

Da sempre il cinema si è innamorato del romanzo di Louisa May Alcott: nel 1994 Gillian Anderson dirige la più "familiare" delle versioni, con Winona Rider e Sus

Chiedere a noi christmas addicted di scegliere un unico film di Natale è un po' come pensare di prendere una sola caramella da un barattolo. Mi sono venuti in mente almeno una decina di cult natalizi, più tutto il cinema per ragazzi di Steven Spielberg, i classici Disney, i Gremlins…e mai come stavolta urge dire eccetera.


Ma poi ho frugato bene tra i ricordi del Natale passato, presente e futuro (supercit) e c’è solo un film che non manca mai, ogni anno, un po’ per caso un po’ per tradizione, al mio personale appello. Avrei voluto usare questa rubrica per tirarmela un po' e passare per una vera cinefila, ma la realtà è che il mio film di Natale è Piccole Donne.


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Ho grande rispetto per quello del 1933, diretto da bGeorge Cukor/b con Katharine Hepburn, ma alla versione del 1994 di Gillian Armstrong sono affezionata sul serio. Non ci provo neanche a difendere il bersagliatissimo romanzo di Louisa May Alcott. Dico solo che ne ho ricevuto in regalo una copia quando ero solo una bambina, neanche così interessata alla narrativa femminile. Includeva Piccole Donne e Piccole Donne Crescono: l'ho finito in una sera.


«Natale non sarà Natale senza regali, borbottò Jo, stesa sul tappeto». Anche io ho letto svariate volte questo romanzo stesa su un tappeto. E l'ho letto in tram, su un aereo, lontana da casa e nel soggiorno dei miei genitori. Ma il risultato non cambia: c'è qualcosa in bPiccole Donne/b, quasi interamente ambientato tra focolari domestici, capace di scaldare subito l'atmosfera.


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Forse le descrizioni così accurate oppure i profili studiati dei personaggi (non solo le ragazze, ma anche il bgiovane Laurence/b e il suo anziano nonno, Mr. Brooke, l'arcigna Zia March), ma i film tratti dal romanzo sono copie fedeli della versione letteraria. Nel 1933 Cukor si affida a un bianco e nero perfetto e alla fedele scenografia per restituire un anno di vita delle donne March in attesa che il padre, arruolato nella Guerra di Secessione, torni a casa.


Il film del 1994 - quello della mia giovinezza - racchiude invece le vicende dei due romanzi, Piccole Donne e Piccole Donne Crescono, arrivando sino al matrimonio di Meg e al racconto della carriera di Jo. Un cast di star (Winona Rider, Kirsten Dunst, Susan Sarandon e persino un irriconoscibile Christian Bale) e una luce caldissima, tra caminetti e lampade a olio, per raccontare il passaggio dalla giovinezza all'inizio dell'adulta.


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La convivenza delle bsorelle March/b è fatta di piccole gioie, liti furiose, delusioni e perdite insuperabili: proprio come accade in ogni famiglia, rigorosamente imperfetta, e proprio come accade quando si hanno dei fratelli. Anche quando le ragazze sono costrette a separarsi, per motivi più o meno allegri, restano legate a doppio filo dai ricordi comuni e dall'instancabile narrazione di Jo, la grande protagonista.


Scusate il riferimento colto: ma persino il personaggio di Katie Holmes in Dawson's Creek portava il nome di questa eroina della letteratura, alla quale si devono tutti i momenti più emozionanti della storia. Ed ecco perchè la versione cinematografica del 1994, con una giovane e bellissima Winona Rider, è la mia preferita: rispetto all'impianto corale dei film precedenti, Gillian Anderson affida a bJosephine March/b le redini del racconto rendendola narratrice di commedie casalinghe, strazianti lettere al papà in guerra e biglietti romantici. Ma sua è anche la penna che mette nero su bianco la storia delle March, compresi i momenti più dolorosi.


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Non sono mai stata una grande romantica, ma la scena in cui Jo inizia a scrivere il proprio romanzo a lume di candela e lo termina qualche alba più tardi, dedicandolo all'adorata sorella Beth e alla sua famiglia, mi lascia sempre in un fiume di lacrime. Negli scatti di ira, nelle follie, nei sogni e nelle speranze di questa indimenticabile protagonista ho sempre rivisto i miei.


Guardo Piccole Donne ogni Natale, riservandomelo per il pomeriggio della Vigilia se posso. Mi piace attendere questo momento di relax prima delle Feste. E recentemente ho pensato che anche le protagoniste di questa storia non fanno che aspettare: aspettare che il padre torni dalla guerra, aspettare una lettera d'amore, aspettare un invito, aspettare una risposta dell'editore.


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E, per quanto possano apparire stressanti e cinematograficamente noiose, queste attese sono forse per me le parti più avvincenti del film. Quei momenti in cui la risposta potrebbe essere già sì oppure ancora no. Quei momenti in cui si è felici ma anche tristi. In cui si è giovani ma già un po' più adulti. In cui si è finito di cenare ma non è ancora mezzanotte. Del resto, senza l'attesa non ci sarebbe la Vigilia. Che poi del Natale è il momento migliore


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