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Vendette, torture, eroi e criminali: la violenza nel cinema attraverso i suoi generi

2017-03-29 00:51

Maurizio Encari

Articoli, Approfondimento,

Da Park Chan-wook a Paul Verhoeven, la violenza è stata e sempre sarà uno degli elementi cardine della Settima Arte

Violenza chiama violenza, nella più canonica accezione del detto «occhio per occhio, dente per dente»? O anche al cinema, come nella vita, non sempre a un danno intimo e privato corrisponde una reazione? Quesiti complessi e quanto mai attuali che trovano un senso filmico contemporaneo con l'uscita nelle sale italiane di Elle, incisiva e tagliente opera diretta da Paul Verhoeven con protagonista una straordinaria Isabelle Huppert. Il fatto che il personaggio interpretato dalla magistrale attrice sia donna è però del tutto casuale, forse più semplice per dare la genesi a una storia di questo tipo, ma il sesso d'appartenenza è solo un dettaglio al centro di una più profonda analisi psicolologica. Certo è che, soprattutto il cinema di genere, ha sempre optato per le vie della più classica vendetta: basti pensare a tal proposito alla inerente trilogia tematica diretta nello scorso decennio dal maestro coreano Chan-wook Park e in particolare degli ultimi due tasselli, i più famosi a livello di grande pubblico cinefilo. Una donna è l'inizialmente inerme vittima di Lady Vendetta, un'innocente condannata per un crimine non commesso che, ottenuta la libertà dopo tredici anni di carcere, si attiva per punire i reali colpevoli dell'orribile delitto. Chan-wook Park opta per un gioco al massacro che si ammanta di intenti etici e morali, lasciando che il sangue scorra senza pietà per liberare la società dai mostri nascosti. Una poetica che, in maniera più diabolicamente femminile (ma non femminista) segue il diktat del precedente Old Boy, vera e propria opera di culto in cui un uomo, anche qui rinchiuso ma da mandanti ignoti, ottiene misteriosamente la libertà. La narrazione si stabilisce sui binari del revenge-movie aggiornandoli con un'estetica sanguigna e viscerale e soluzioni registiche rivoluzionarie, fino a introdurci alla resa dei conti finali in cui la prima frase di questo articolo si rispecchia pienamente.


Un percorso emotivo e drammatico ben diverso dai classici titoli action e polizieschi che il cinema, soprattutto americano, ci ha proposto sin dagli anni '70 e '80: solitari giustizieri - da Charles Bronson a Sylvester Stallone, da Arnold Schwarzenegger a Jean-Claude Van Damme - usavano i loro corpi o armi di ogni sorta come mezzi per scatenare sanguinose ritorsioni contro criminali e assassini, consacrando l'epoca dei b-movie a nuovi e paradossali livelli di mero e ludico intrattenimento. Scarse motivazioni psicologiche e labili aliti introspettivi facevano da sfondo a trame in cui combattimenti e sparatorie di sorta tramutavano la violenza stessa in un gratuito e "divertente" gioco di ruoli, con l'(anti)eroe sempre pronto ad averla vinta sui cattivi, dipinti nella quasi totalità dei casi come la pura essenza del Male. Un filone che, pur trovando parziali rievocazioni nostalgiche e reunion d'effetto come nella saga de I mercenari - The Expendables, ha ceduto spazio negli ultimi anni alle onnipresenti avventure dedicate ai super-eroi, Marvel o DC che siano. Ma, pur con rare eccezioni, come nel sorprendente Logan - The Wolverine, qui il sangue e il dolore si sono tramutati in racconti all'acqua di rose per un pubblico di teenager sempre più anestetizzato da esplosioni e superpoteri di sorta.


Anche l'horror negli ultimi anni, soprattutto in seguito al successo delle produzioni low-budget della Blumhouse Productions, ha abbandonato la carica di ferale violenza che tanto successo aveva avuto nei primi anni del nuovo millennio dopo l'uscita nelle sale del primo Saw - L'enigmista, thriller originalissimo che ha incolpevolmente lanciato lo spesso stantio e monotono filone del torture porn. Nel capostipite della serie invece James Wan, pur non rinunciando a macchine di tortura e un paio di sequenze disturbanti (più psicologicamente che per messa in scena visiva), è stato capace di creare una perfetta macchina thriller in cui le macabre punizioni corporee si rivelano dazi da pagare per colpe rimosse. Colpe rimosse che hanno segnato anche la genesi degli yurei, le anime dannate dei j-horror: personaggi come la Sadako di The Ring infatti non sono altro che spiriti inquieti, tornati per vendicarsi delle ingiuste sofferenze subite in vita, spesso persa in seguito a morti violente.


Perché la violenza, inevitabilmente, è sempre stata e sempre sarà uno degli elementi cardine della Settima Arte: dai gangster movie degli anni '30 e '40 all'essenza stessa del cinema western, dai polizieschi (poliziotteschi inclusi) degli anni '70 e '80, sino alle pellicole drammatiche incentrate sul tema di un torto personale subito, tutto ciò che legato a un trauma psicologico o fisico causato da altri è un fattore troppo importante al fine di costruire storie dal profondo impatto empatico, portando lo spettatore a confrontarsi empaticamente con le vittime in una ricerca di vendetta o di perdono attraverso strade più semplici o complesse ma sempre intente a sfidare la morale di chi guarda.


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