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Westworld: la terapia del dolore secondo Jonathan Nolan e Lisa Joy

2020-03-17 14:06

Aurora Tamigio

Articoli, Approfondimento,

Westworld: la terapia del dolore secondo Jonathan Nolan e Lisa Joy

Umano e non umano nella serie HBO di Nolan e Joy è determinato in gran parte dal concetto di sofferenza: ecco che cosa aggiunge Westworld alla fantascienza..

Qualcuno ricorderà, nella migliore tra le versioni di Blade Runner, l'International Cut, la famosa sequenza in cui bRoy Batty/b si conficca un chiodo in una mano e si infligge una sofferenza che lo fa sentire, un'ultima volta, umano.


È il 1982 quando, sotto la regia di Ridley Scott, gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Webb Peoples, decidono inequivocabilmente che è il dolore a rendere umano un replicante. Il dolore e, come testimonia il monologo più famoso della storia del cinema, la conoscenza. Tenero no?


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Poi arriva il 2016 e Jonathan Nolan scrive con sua moglie Lisa Joy bWestworld/b, ispirato al film omonimo del 1973 di Michael Crichton (sì, lo stesso autore del romanzo da cui è tratto Jurassic Park), e appare chiaro sin dal pilot che Westworld è una delle ultime cose davvero sbalorditive che la serialità televisiva abbia prodotto. Visivamente impeccabile e dotato della straordinaria capacità di riallacciarsi a uno dei temi più visitati della fantascienza - il rapporto tra uomo e androide - per trasformarlo in qualcosa di nuovo, che modifica non solo il concetto di replicante al cinema ma offre una visione inedita dell'essere umano.


bDi che cosa parla Westworld, la serie di Nolan e Joy/b


Westworld è un parco divertimenti a tema Far West nel quale visitatori ricchissimi (l'ingresso costa 40.000 dollari) possono trascorrere una giornata diventando cacciatori di tesori o di taglie, facendo fotografie ricordo e escursioni, ma anche - a seconda dei gusti - darsi da fare al bordello o uccidere e torturare senza pietà i residenti.


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Gli abitanti del parco, infatti, sono replicanti perfettamente identici agli esseri umani, che si prestano a qualunque desiderio, capriccio, voglia, crimine o bestialità degli ospiti: furti, rapine, violenze di ogni tipo, stupri e omicidi. Ciò che rende il parco un luogo veramente speciale è che i Residenti non hanno memoria e, alla fine di ogni giornata, dimenticano quello che hanno subìto. Eppure capiamo sin dal pilot che non è tutto così lineare. Del resto, come Michael Crichton stesso insegna, nei parchi divertimento - che si tratti di dinosauri o di cowboy - nulla va mai come dovrebbe.


bUn trionfo di temi nolaniani/b


Jonathan Nolan, insieme a suo fratello Christopher, ha rivoluzionato alcuni tra i più necessari concetti cinematografici. In Westworld riunisce i suoi temi più cari - il tempo, il sogno, la memoria, l'identità - mettendoli in discussione tutti e contemporaneamente.


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Ecco quindi che le scatole cinesi di Inception convivono con i paradossi spazio-temporali di Interstellar, facendo apparire e sparire i personaggi come in The Prestige. Non iniziate nemmeno a guardare Westworld se non siete pronti, per il tempo della visione, a staccare cellulari e a sospendere tutto quello che state facendo per concentrarvi sulla storia. Il rischio, in caso di distrazione, è di trovarsi in quella tipica solita situazione da film dei Nolan: sul divano, con un grande punto di domanda sulla testa, a domandarvi chi è quello, dove va quell'altro e cosa è successo negli ultimi dieci minuti.


Westworld nel 2016 si presenta al pubblico come un grande compendio di temi nolaniani: dopo un'intera filmografia a demolire i principi di spazio, tempo, identità e dopo averci fatto dubitare di essere noi stessi, di essere davvero svegli e di trovarci realmente in questo luogo... adesso Jonathan Nolan e Lisa Joysembrano domandarci: siamo sicuri di essere del tutto umani?


bIl dolore e l'umano in Westworld/b


Fare funzionare il progetto Westworld costituiva una sfida già di per sé, per la trama e per l'impianto visivo da mettere a punto, i Nolan non si accontentano di portare a casa un'impeccabile fantascienza. Vogliono anche dire qualcosa di nuovo, pur concentrandosi su un tema che nella narrativa sci-fi ha una vita lunga, lunghissima, più lunga di quella di Roy Batty al largo dei bastioni di Orione: la relazione fra replicanti e esseri umani.


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Diversamente da quel Blade Runner citato all'inizio, in Westworld non è affatto la capacità di provare dolore che determina l'umanità. Piuttosto, la possibiltà e il desiderio di infliggere il dolore. I Residenti sono privi della capacità di uccidere gli essere umani, ma solo se i loro circuiti funzionano da manuale. E, indovinate: proprio come le creature preistoriche di Jurassic Park, anche gli abitanti del parco di Westworld non sono tutti a posto.


Ecco allora che le curve dei personaggi di Maeve, Bernard e Dolores - così simili tra loro e così diametralmente opposte a quella del Dottor Ford di Anthony Hopkins - portano avanti un solo grande discorso: quello sull'umano e sul modo in cui esso si decide e si misura, in termini di capacità e intenzionalità di fare del male.


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I Residenti, alle prese con il dolore altrui, hanno reazioni che ne determinano differenti ma intensi gradi di umanità e empatia: in Westworld la sofferenza dell'androide non costituisce un'imperfezione e nemmeno un valore aggiunto, ma un potenziale che si realizza solo nel contatto con il dolore altrui. Può diventare un'arma - previa addestramento - o una debolezza. Ed ecco fatta l'umanità.


Nel frattempo gli uomini, quelli veri (la sfida, anche qui, è riconoscerli!) si addestrano nei laboratori e nel parco a non provare emozioni al fine di annullare ogni limite di crudeltà. E in ogni puntata di Westworld anche i nervi e lo stomaco dello spettatore sono messi a dura prova: del resto il concetto di dolore - fisico e psicologico - deve essere perfettamente assimilato e compreso anche dal pubblico.


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Se la fantascienza di Ridley Scott, intrisa di Asimov e dell'influsso della letteratura sci-fi classica, aveva al suo centro l'umanizzazione della macchina, in Westworld Nolan e Joy si dedicano a raccontare la meccanizzazione dell'essere umano. Meccanizzazione dei suoi bisogni fisici, ambientali, sociali e dunque meccanizzazione dei suoi sentimenti. Con una buona tecnologia e un impianto di valori costruito ad hoc, anche la sofferenza scompare; tanto per chi la prova quando per chi la infligge. A patto, ovvio, che la tecnologia e l'impianto siano davvero davvero impeccabili.


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