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A tu per tu con Ken Loach: seconda parte

2017-07-25 15:33

Luca Mogini

Articoli, Interviste,

Al Centro di Cultura Ecologica in Roma, dopo aver parlato con i fan, il regista risponde alla critica

Ken Loach si allontana, sorridente, tra gli applausi di chi da tutta Roma è venuto ad ascoltarlo e incontrarlo. Dopo due ore di botta e risposta al Centro di Cultura Ecologica del parco di Aguzzano, a Casal de’Pazzi, l’anziano regista ancora non è stanco, e ancora ha voglia di parlare e raccontare. I giornalisti vengono così fatti accomodare in una sala all’interno dell’edificio principale per un secondo giro di domande.


Non mancano ancora una volta i riferimenti alla politica internazionale e soprattutto italiana. Interrogato su Berlusconi, Loach ha dichiarato: «Chi non conosce Berlusconi? Tutti lo conoscono, e credo sia una nostra responsabilità. Se ci fosse stata una sinistra forte non ci sarebbe stato Berlusconi. Il problema adesso è mettere un freno al liberalismo selvaggio e alla privatizzazione, agli attacchi nei confronti dei sindacati e dei lavoratori. Il probema è l’impossibilità di dare programmi alternativi».


Il discorso è proseguito sulle polemiche relative alla pubblicazione da parte di Medusa e Mondadori di opere di scrittori contrari alle politiche del Presidente del Consiglio. «È sempre una grossa questione – sostiene il regista – è naturale che io sia onorato di vedere i miei film trasmessi in TV, ma sento anche un senso di responsabilità rispetto a una coerenza. Capita che i tuoi film vengano trasmessi da TV con cui sei in forte disaccordo, ed è una cosa che da problemi. L’idea di un boicottaggio culturale va approcciata con enorme cautela. Ai tempi dell’apartheid ci rifiutammo di partecipare a qualunque iniziativa del Sudafrica, e ora stiamo facendo lo stesso con Israele. È un argomento difficile ed è importante discuterne e spiegarsi. Riguardo a Israele abbiamo deciso di boicottare qualunque iniziativa legata allo stato politico, non ai singoli individui». Spiega il regista che poco tempo fa si trovò al centro di aspre polemiche per aver convinto il comitato organizzativo dell’ Edinburgh Film Festival a rifiutare il sostegno economico dello stato israeliano. La stessa organizzazione del festival tuttavia si premurò di invitare il regista israeliano Tali Shalom-Ezer a proprie spese, in conformità con quanto appena detto da Loach.


A metà tra cinema e lotta democratica è la domanda seguente, che riguarda l’importanza di YouTube ne Il mio amico Eric e della rete e dei nuovi media nella lotta politica. «Non ne ho un’idea precisa, io ormai sono vecchio, ma la mia impressione è che ci siano nuovi strumenti che possono in un certo modo aiutare a informarsi, a conoscere e a trovare notizie che altrimenti potrebbero venire taciute. Quello che però sembra veramente mancare su internet è il senso di organizzazione democratica. Manca un vertice che organizzi le proteste e che abbia il ruolo di indirizzare il malcontento verso un obiettivo preciso, il ruolo che avevano prima i sindacati. Così la comunicazione diventa un problema, serve organizzazione democratica».


Dopo l’ennesima parentesi politica si torna a parare di cinema, con una domanda singolare riguardante il 3D. Ken Loach inizialmente non afferra la domanda, e capisce PD, dopo i chiarimenti racconta, sorridendo: «Nè PD né 3D, si tratta di un trucco, non cambia in alcun modo le questioni fondamentali del cinema: com’è la storia? I personaggi sono convincenti? I conflitti sono credibili? Non fa per me, dovrei mettere due occhiali diversi e sinceramente lo trovo scomodo, se ti piace è divertente, ma nulla di più».


Il Centro di Cultura Ecologica, con la sua storia di lotte per la sopravvivenza in una periferia degradata è lo spunto per la dichiarazione seguente, sul ruolo della periferia come frontiera della cultura. «La cultura è progressiva e le idee nascono dalla lotta, dal disagio. Non è in questione se le idee nascano in posti come questo, ma come evitare che vengano poi rubate e chiuse in una galleria d’arte. Servono cose vicine ai posti dove la gente vive davvero. Come regista voglio che i miei fim siano proiettati dove la gente possa relazionarsi veramente con i personaggi, quindi in luoghi del genere, ovvio».


Torna infine protagonista il cinema nell’ultimo giro di domande, in cui si parla di film non fatti e di etichette di genere. A dare i primi spunti sono due questioni: una sul successso di Magdalene e sul come mai non siano usciti, in seguito, altri film denuncia incentrati sugli abusi da parte di membri della Chiesa; l’altra sulla crisi finanziaria e su come mai Ken Loach non ne abbia mai parlato. «Il genere a cui apparteneva Magdalene aveva sbocchi limitati, non mi stupisce non abbia dato vita a una serie di fim simili. Ci sarebbero stati sempre gli stessi personaggi: la suora, il prete, i bambini, i genitori che si pentono… Non penso che si possano fare film a comando se l’argomento non ti appassiona, se non lo senti tuo; per questo non me ne sono mai occupato. Da un punto di vista politico non sottovaluto il problema, ma non ci vedo neanche un insabbiamento voluto o una cospirazione, magari potrebbero farlo dei partiti di destra, ma per quanto riguarda la sinistra non credo».


Mentre il tempo passa il regista si trova a parlare della definizione di ‘socialismo realista’ che è stata data al suo cinema. «Le etichette non mi piacciono, non le trovo lusinghiere e comunque non aiutano né me neégli spettatori. Quando fai un film non pensi a fare un film di un genere o dell’altro, e sicuramente non ti chiedi se un inquadratura o una situazione sia abbastanza da socialismo realista o meno. Pensi solo a film che vuoi fare, e basta, quindi, per favore, non utilizzate definizioni simili!». Loach affronta l’argomento dell’aspetto commerciale del proprio cinema: «Non c’è un solo cinema che si occupi di sociale; ci sono film un po’ commerciali e un po’ sociali, ce ne sono un po’ sociali e un po’ noiosi, ce ne sono altri che fanno finta di parlare di problemi sociali, ma in realtà non è così… non bisogna discriminare, se un film va bene per te allora è quello giusto, e non è detto che piaccia ad altri nello stesso modo, spesso è meglio scegliere in base al film e basta, è ovvio che ci sia sempre un aspetto commerciale in un prodotto».


Arriva il momento dell’ultima domanda: quali dubbi affronta Ken Loach quando sceglie il tema di un film? «Ogni film che facciamo ci pone dei dubbi. Ne hai ogni giorno, e qualunque film è un azzardo. Un fim potrebbe non funzionare e a volte te ne rendi conto solo a metà dell’opera, quando è troppo tardi; è stato così per Route Irish, mi direte voi se è venuto bene. Abbiamo avuto le stesse perplessità quando abbiamo girato in Spagna. Io non parlo spagnolo e sono andato dal produttore e ho chiesto ‘ma come facciamo a girare qui un film su un argomento che è ancora così tanto sentito? Il punto non è mai il cast, ma è la fattibilità del progetto… insomma incrociamo le dita e ci lanciamo. Nel cinema mainstream viene tutto pianificato nei minimi dettagli, per noi è il contrario. L’attrice principale di Terra e Libertà ci disse "State facendo un film senza rete di sicurezza". Noi vogliamo proprio quell’effetto».


Ken Loach si accomiata dopo quattro ore intense, che nonostante tutto non gli impediranno di ritornare a salutare il pubblico prima della proiezione de Il mio amico Eric, in programma per la serata. A riprova che il buon cinema, di qualunque paese sia, è riconoscibile da chiunque, e che un buon regista spesso e volentieri è in primo luogo una persona aperta agli stimoli e a chi ha intorno. Una lezione importante tanto per gli appassionati quanto per gli addetti ai lavori.


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