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A tu per tu con Ken Loach

2017-07-25 15:24

Luca Mogini

Articoli, Interviste,

Ospite al Centro di Cultura Ecologica in Roma, il regista risponde ai fan

Non appena arriva al Centro di Cultura Ecologica del parco di Aguzzano, Ken Loach viene accolto da un caloroso applauso, con l’affetto che si riserva a parenti e amici. 74 anni, più di 50 produzioni alle spalle, il regista sorride con un volto che tradisce un certo incredulo imbarazzo e una profonda gratitudine per gli oltre 500 appassionati presenti, anche dopo 40 di carriera, film e passerelle. L’incontro con il regista, un’intervista pubblica, moderata dal critico cinematografico Alessandro De Simone si è tenuto a Roma, a casal de Pazzi, in un Centro che sta vivendo un drammatico rischio di chiusura; proprio in una di quelle periferie degradate su cui l’opera di Loach si è concentrata spesso. Salito sul palco, dopo una breve introduzione Ken Loach chiede la parola e prima di rispondere alle domande decide di ringraziare: «È un piacere essere qui, dal mio arrivo ho già incontrato due gruppi di amici del mio passato, che mi hanno ricordato tutto quello che abbiamo in comune, ma anche di come film che dovrebbero unire le persone diventino solo degli strumenti per utilizzarci come consumatori. È difficile incontrarsi attraverso il cinema, ma non è impossibile; a volte succede».


Dopo la premessa arriva la prima domanda, naturalmente incentrata sul film Il mio amico Eric, il più recente in termini di distribuzione, nonché uno dei pochi film che terminano con un innegabile lieto fine. Che dopo 40 anni sia venuto il momento di sorridere? Loach risponde: «Sicuramente è l’ora di ridere, ma si tratta comunque di una risata amara. Ovunque sono tempi duri ed è sempre più difficile trovare cose per cui ridere. Il calcio è una di queste, e Cantona è una persona eccezionale, ci siamo divertiti moltissimo a girare».


Quali sono i suoi personaggi preferiti tra quelli che ha creato? «Non ce n’è uno solo, te li ricordi tutti, ogni film è una famiglia, e si ama sempre la propria famiglia. La cosa importante è trasmettere al pubblico i propri sentimenti di amore verso tutti i personaggi. Voglio che il pubblico provi solidarietà, anche nei casi più difficili. Ad esempio in Ladybird, Ladybird la sfida era presentare un personaggio moralmente deprecabile, ma con cui gli spettatori potessero comunque trovare punti in comune. In retrospettiva è difficile dire mi piace di più questo o quello: non c’è un figlio preferito».


Tra i meriti del regista c’è indubbiamente la capacità di tirare fuori il meglio dai propri attori, e proprio su quest’argomento è la prossima domanda, a cui Loach, risponde ricordando uno dei punti cardine della propria filosofia cinematografica: il realismo. «La cosa più importante è trovare chi dia vita alla sceneggiatura. Quando incontro gli attori cerco chi possa avere qualcosa in comune con i miei personaggi, così quando riesci a far scoprire l’attore, ottieni lo stesso con il personaggio. Durante i provini chiedo molta improvvisazione…Se leggi una parte, allora si può capire se sai leggere bene, non mi piace; solo improvvisando si mettono gli attori in condizione di rivelarsi davvero».


Merito anche di Paul Laverty, da dieci anni sceneggiatore dei lavori di Loach, un personaggio importante per cui il regista ha uno smisurato affetto e senso di fratellanza. «La relazione tra regista e sceneggiatore è fondamentale, bisogna vedere le cose allo stesso modo, arrabbiarsi e ridere insieme; e io sono stato fortunato. Prima di Paul c’è stato Jim Allen, che aveva 10 anni più di me e nella vita aveva fatto il portuale, il minatore, l’operaio… a livello politico ho imparato moltissimo da lui, Jim capiva la politica e la scrittura dal cuore e dallo stomaco, non dalla testa. Adesso uno come lui avrebbe fatto un corso di sceneggiatura e l’avrebbero distrutto, non ce ne sono più come lui. Paul è laureato in legge ed è andato da avvocato in Nicaragua a registrare gli abusi di USA e contras durante il sandinismo. Dopo ci siamo conosciuti ed è stato come una trasfusione per me. Ogni volta che penso "ok, quest’anno me la prendo comoda" Paul arriva e dice "Dobbiamo fare un sacco di cose, non possiamo stare fermi" e io "Paul, sto invecchiando" e lui "Ma se Oliveira, il regista portoghese, ha 102 anni e fa ancora film! Non esiste pensione per noi"». Conclude ridendo Loach, che non ha 102 anni, ma 74 e una lucidità e una voglia di comunicare incredibile, al punto che ogni domanda diventa una dissertazione, una raccolta di aneddoti, una chiacchierata con una persona intelligente e colta.


Impossibile pensare Loach prescindendo dall’impegno politico e sociale di un uomo che ha attraversato la politica britannica degli ultimi 40 anni. «Prima del 1979 i partiti erano legati al sociale, in seguito, con la semiprivatizzazione dell’economia è stato l’inizio della fine. La nuova ideologia seguita da tutti i governi è stata di dismettere il pubblico a favore del privato. Un disastro che ha coinvolto la sanità, la scuola, i trasporti, la sicurezza del lavoro. Ora il sistema in cui tutto è privatizzato è crollato e a noi restano solo le rovine. La parte peggiore è che chi avrebbe dovuto opporsi è fuggito prima ancora che fosse sparato il primo colpo: dopo la Tatcher i sindacati erano presenti e la gente voleva lottare, ma la politica non riconosceva che ci fosse un conflitto. Noi abbiamo provato a rispondere, e qualunque documentario è stato bandito, avevo scritto anche una piece teatrale; gli anni 80 sono stati i peggiori, solo nel 90 abbiamo potuto ricominciare a girare».


L’ultima domanda è stata dedicata al film Route Irish, presentato a Venezia e a Cannes quest’anno, che affronta la difficile questione dei contractor, veri e propri mercenari che vengono inviati nelle zone di guerra in appoggio o ostituzione delle forze degli eserciti nazionali.


«Route Irishè stato un film difficile e mi direte voi quanto sia riuscito. Si parla di Iraq, un argomento che volevo affrontare, e – ammetterà poi in conferenza stampa - era tanto tempo che cercavo un motivo e un modo di parlarne. Non si parla di guerra illegale, ma quando la guerra finisce e gli eserciti si ritirano, rimangono i mercenari che fanno le stesse cose, ma di nascosto. Quando un soldato muore è un evento, per i contractor non se ne parla mai; privatizzare la guerra significa nasconderla, è un nostro problema, attualmente in Iraq sono stanziati 50.000 contractor inglesi».


Dopo le domande “ufficiali” il pubblico ha avuto modo di parlare informalmente con Ken Loach, a dimostrazione della stima che il regista ha nei confronti di chi lo segue e viceversa, in un’atmosfera rilassata e piacevole. È proprio allora che i regista si abbandona a riflessioni e digressioni. In primo luogo riguardo al ruolo del cinema nazionale, che va valorizzato. «Dovremmo radicalizzare il nostro rapporto con i cinema, ovunque vai vedi solo film americani, è come se a teatro proponessero solo spettacoli americani con attori americani, o se in libreria ci fossero solo romanzi del genere. Sarebbe giusto che un cinema di quartiere trasmettesse film da tutto il mondo, ma ci vediamo proposti solo romanzetti da aereoporto». C’è l’occasione di ritornare sulle critiche mosse a Il vento che Accarezza l’Erba, così come per parlare di comunismo e rivoluzione. «La gente vuole cose semplici, vuole vedere riconosciuti i propri diritti a essere curata se sta male, vuole la sicurezza di andare a lavorare ed essere pagata, e che i propri figli siano educati e i propri genitori ricevano una pensione dignitosa. Non è più così, la gente vuole cose normali ed è una richiesta rivoluzionaria, perché questa società non assicura nulla. C’è bisogno di diventare comunisti per avere cose fondamentali».


Perché allora c’è ancora chi vota contro i propri interessi, viene chiesto. «La risposta è semplice: perché ci mentono, ci mentono sul perché siamo poveri: la colpa è di chi è più povero e se è nero è peggio. E’ facile trovare un capro espiatorio se sei insoddisfatto. A volte la destra è anche più intelligente e da la colpa alle banche, ma poi ne nascondono i misfatti per mantenere il potere».


Come fa allora un regista del genere a trovare finanziamenti? «Abbiamo distributori in tutta Europa e quando stiamo facendo un film ognuno paga una quota in cambio dei diritti di distribuzione nel proprio paese. Dobbiamo spendere poco, ma così si può realizzare un film da 3 milioni di euro pagando chi ci lavora dignitosamente e secondo le tariffe dei sindacati. Il problema è però che i cinema dovrebbero essere gestiti da chi ama i film, tempo fa mi sono trovato a una riunione di manager di catene di cinema, e mi è caduto l’occhio sulla loro agenda: avrebbero discusso di come organizzare un fast food, presentarlo, di che tipo di riscontro economico ne avrebbero avuto, chi si occupa di cinema li vede come accessorio ai fast food». Infine, dopo oltre due ore di botta e risposta, che si sarebbero volentieri protratte, il regista ha deciso di regalare l’ultimo interessante aneddoto, questa volta su Hidden Agenda, film sugli abusi della polizia in Irlanda. Polizia che ha creato problemi anche a Ken Loach e alla sua troupe: «Ci fu negato il permesso di girare, ma riuscimmo a ottenere il permesso di fare foto per ricreare gli ambienti…visto che comunque siamo persone pessime abbiamo girato ugualmente: filmavamo e scappavamo, filmavamo e scappavamo». Si accomiata con quest’ultimo racconto Ken Loach, pronto tuttavia a continuare discorsi e racconti in un secondo momento, nel corso di un incontro con la stampa altrettanto lungo. Inutile specificare che l’uomo viene accompagnato fuori dal palco dalla standing ovation dei presenti, fan di uno dei personaggi più umani e sinceri del cinema contemporaneo,forse l’unico in grado di far tornare a casa oltre 500 persone con la netta sensazione di aver partecipato a una chiacchierata informale con un amico, un parente lontano ma in grado di farti sentire a casa grazie all’umiltà, la disponibilità e una sorta di timidezza tutta inglese che non può non conquistare.


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