​CONTATTI


facebook
twitter
linkedin
youtube
instagram
Sisbianco
Sisnero

CONTATTI

Piano9logobianco
Piano9logobianco

Via Carlo Boncompagni 30
20139 Milano (MI)
+39 340 5337404
ufficiostampa@silenzioinsala.com

 

Via Carlo Boncompagni 30
20139 Milano (MI)
+39 340 5337404
ufficiostampa@silenzioinsala.com

 

SILENZIOINSALA.COM – Più che spettatori
un progetto di Piano9 Produzioni

CONTENUTI IN EVIDENZA

Made in USA - Una fabbrica in Ohio

2020-03-17 11:00

Lorenzo Bagnoli

Recensioni Film,

Made in USA - Una fabbrica in Ohio

Il documentario Premio Oscar 2020 racconta la difficile convivenza culturale tra cinesi e americani e il senso del lavor

54971-._V1_SY1000_CR0,0,1698,1000_AL_

Il Midwest è la terra santa dell'industria dell'automobile americana, dove la crisi economica del 2008 ha colpito più forte. A Dayton, in Ohio, uno dei grandi impianti della General Motors ha dovuto chiudere. Poi, nel 2014, la cinese Fuyao – leader mondiale nella produzione di parabrezza per automobili - ha investito 40 milioni per trasformarlo nella prima azienda sino-americana. American Factory (tradotto in italiano con Made in USA - Una fabbrica in Ohio), Oscar 2020 per Miglior Documentario, comincia da qui il racconto sulla difficile convivenza culturale tra cinesi e americani e sul senso del lavoro oggi, in un momento tanto critico per il settore secondario.


Ci sono due livelli narrativi: uno più reportagistico, che segue ciò che accade nella fabbrica e le tensioni crescenti tra dirigenza cinese e operai americani; l'altro più profondo, quasi filosofico, che si costruisce sulle introspezioni dei personaggi che s'interrogano sul significato del lavoro e del progresso. Il film mette in scena l’incontro-scontro tra due ideologie: l'ultraliberismo individualista made in USA, dove il salario è il mezzo per raggiungere indipendenza, libertà e quindi appagamento; l'ultraliberismo del regime cinese, dove il singolo è solo un ingranaggio per rendere grande la Cina e i sacrifici individuali non vengono nemmeno messi sul tavolo delle trattative. Il minimo comune denominatore è il profitto, necessario per entrambi alla sopravvivenza.


Cosa va immolato per un anno con ricavi migliori: i turni di otto ore, le norme di sicurezza sul lavoro, il tempo da dedicare a una famiglia, la socialità tra colleghi? Quello che per gli americani è un sacrificio, per i cinesi non lo è. Quello che per gli americani è diritto inalienabile – il sogno americano, l’idea che dal nulla si possa diventare qualunque cosa si voglia – per i cinesi non si può nemmeno pensare. Nel punto di vista autoriale non c'è giudizio: solo un'umana e compassionevole presa di coscienza della distanza abissale tra questi due mondi. Nel conflitto culturale tra Cina e Stati Uniti nessuno ne esce davvero né vincitore, né vinto. La sfida vera - cioè restare produttivi nell'età dell'automazione e garantire una vita degna di essere vissuta ai propri operai, dando loro libertà assoluta o a una storia a cui credere ciecamente - al momento è persa, da entrambi.


Il personaggio con cui si empatizza di più è Wong, uno degli operai mandati dalla Cina per insegnare agli americani i metodi di produzione cinese. È vicino ai quarant'anni, ma sembra che ne abbia 15 di meno. È un lavoratore coscienzioso, che cerca di fare il suo meglio, senza restare totalmente sordo alle domande interiori. Diventa molto amico di Rob, che di anni in più ne ha una decina, ma sembrano cinquanta. Americano fino al midollo, con la pancia rotonda, i baffoni, i cavalli, le pistole, il giubbotto griffato Harley-Davidson, Rob rappresenta l'opposto del mondo di Wong. Ingenuamente pensa che il suo nuovo “fratello cinese” abbia desideri allineati ai suoi. Che sogni, come tutti, un po' di America. Invece per Wong libertà è una sigaretta fumata dopo cena, con gli occhi annegati tra i messaggi che scrive alla moglie, in Cina. Se l'incontro tra individui è possibile, non lo è per le “classi”. I singoli possono mediare, le collettività no. La classe operaia americana non può rinunciare al sindacato, alle regole sulla sicurezza, alla sua storia. La classe operaia cinese non può rinunciare all'indottrinamento che apre ogni turno di lavoro, all'ineffabile senso di predestinazione a diventare la locomotiva del mondo (condizione di cui un operaio cinese gode e godrà solo parzialmente, visto che non esiste vita se non in fabbrica).


Ogni personaggio, nella storia, ha dignità - incluso il signor Cao, l’amministratore delegato cinese, tanto piccolo e dimesso, quanto potente e ligio al dovere del progresso - ma la vera protagonista di questo racconto corale è la fabbrica. L'impianto di Dayton in American Factory diventa un organismo vivo: a volte è ripreso attraverso le lenti della distopia e dell'alienazione, come fossimo in Metropolis, in altri momenti con la curiosità scientifica di un documentario National Geographic. Il risultato è sempre eccellente.


www.silenzioinsala.com @ All Right Reserved 2020 | Sito web realizzato da Flazio Experience  | P.IVA 10731440961

www.silenzioinsala.com @ All Right Reserved 2020 | Sito web realizzato da Flazio Experience  | P.IVA 10731440961


facebook
twitter
linkedin
youtube
instagram

facebook
twitter
linkedin
youtube
instagram
zhifei-zhou-XO4A1pWBEbE-unsplash

Supporta Silenzio in Sala

Quickly engage integrated total linkage whereas backward-compatible methodologies.

Efficiently synergize state of the art interfaces vis-a-vis value-added services. 

Create Website | Free and Easy Website Builder