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It - Capitolo due

2019-09-05 10:00

Marco Filipazzi

Recensioni Film,

It - Capitolo due

Ambizioso, imponente, a tratti ipnotico

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Due anni fa eravamo tutti in smaniante attesa, con non poche perplessità, ad aspettare l’uscita in sala di It. Una fibrillazione dettata dal fatto che non si trattava solo dell'adattamento di uno dei romanzi più importanti (anzi, da molti è ritenuto il suo capolavoro) di uno dei maggiorni scrittori del XX secolo, ma è diventato negli anni (grazie anche all’interpretazione di Tim Curry nella versione televisiva del 1990) una vera e propria icona dell’horror contemporaneo e della cultura pop in generale. E poi, insomma: adattare solo metà del romanzo con la speranza, se avesse soddisfatto pubblico e botteghino, di concluderlo in un secondo momento, era quantomeno un’operazione azzardata. Ancor di più se si considerano alcuni tradimenti “di partenza” come lo slittamento dei piani temporali (dal 1958 al 1989) e l’idea di non farli sovrapporre sin da subito come nella controparte cartacea. Pura follia secondo alcuni, dato che nel libro le narrazioni di passato e presente si autoalimentano in un bellissimo gioco di specchi. Al netto di tutto, comunque, It è stato un successo.


Ora finalmente ci siamo: il Capitolo due esce al cinema. Ma questa volta ad attenderlo non c’è più scetticismo, bensì aspettative altissime. Sarà una conclusione degna? Le atmosfere verranno rispettate? E, soprattutto, le controparti adulte dei personaggi, trasposti in modo ineccepibile nella loro versione adolescenziale, saranno all’altezza? La risposta a tutte queste domande è inequivocabilente sì.


Andy Muschietti – fino a due anni fa un signor nessuno, con al netto un paio di cortometraggi e appena una regia prima di mettersi al timone di questa ingombrante trasposizione – è riuscito nella monumentale impresa di portare al cinema un romanzo densissimo, non solo per l’imponente mole di milleduecento pagine, ma per la quantità messaggi e sottotesti che impregnavano la storia originale. Un’impresa resa ancor più ardua dal genere: un horror soprannaturale, pieno di mostri e fatti inspiegabili. Non sono molti i racconti cinematografici dell'orrore che superano le due ore di durata (non è facile mantenere ritmo e tensione così a lungo)... figurarsi quelli che sfiorano i centosettanta minuti! Come lo stesso Stephen King scrive nella prefazione del libro: «Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste». E quella di Muschietti pare proprio una piccola magia.


La storia è nota e prevedibile: i Perdenti sono ormai cresciuti, lasciandosi alle spalle Derry e dimenticandosi della loro infanzia; finché una telefonata non fa emergere in loro vecchi ricordi indesiderati. Dovranno quindi tornare a casa, fare i conti con il loro passato, chiudere vecchie ferite mai davvero rimarginate. Ma, soprattutto, dovranno ricordare cos’è avvenuto quell’estate di ventisette anni prima, per sconfiggere Pennywise una volta per tutte.


Sicuramente questo Capitolo due verrà approcciato dagli spettatori con maggior consapevolezza. Il tono e la linea da seguire erano già stati tracciati dal film precedente, perciò i fan del libro sono consapevoli che ci saranno dei tradimenti rispetto al romanzo (anche perché alcune scene sono letteralmente infilmabili, come il rito di Chüd nel finale ad esempio). Ma, allo stesso modo, non accetteranno compromessi per alcuni passaggi cardine (nel primo film erano l’omicidio di Georgie Denbrough, la H incisa sulla pancia di Ben Hansom, la battaglia di sassate). Da questo punto di vista non rimarranno delusi, perché già nelle prime scene Andy Muschietti azzecca la scomparsa di Adrian Mellon (interpretato dal regista/attore Xavier Dolan) e le telefonate a Stanley e Beverly. Scene dure, crude, violente, esattamente come lo sono nel libro ed esattamente come le abbiamo sempre immaginate nella nostra testa.


Come già detto, non tutto è così fedele. Ma la mitoligia creata da King è talmente ampia e radicata che traspare in ogni scena, anche e soprattutto in quelle inventate di sana pianta, in un infinità di rimandi e citazioni che solo i fan più tenaci del Re di Bangor riusciranno a cogliere. Il già citato rito di Chüd, l’affumicatoio, la tartaruga imbalsamata, Ben che vede in IT la mummia, Rose del terzo piano – Vestiti di seconda mano (occhio al cameo in questa scena!), BEEP BEEP Richie!


Quello che lascia un po’ di amaro in bocca sono alcuni sottotesti e piccole sfumature che sono andate perdute. Intendiamoci, è roba di poco conto, ma dispiace proprio per questo: in alcuni casi sarebbero bastate poche righe di dialogo in più per dare ulteriore profondità a determinati personaggi e situazioni. Ma va benissimo anche così. E poi non è sciocco sperare che la Warner Bros rilasci una director’s cut con qualche scena eliminata e che magari reimpasti in sala di montaggio i due film rendendo la narrazione più simile a quella di King.


A conti fatti, vista nell’ottica di un unico film, l'opera di Muschietti può essere considerata Il Signore degli Anelli del genere horror. Ambizioso, imponente, a tratti ipnotico: nelle sue oltre cinque ore complessive di durata riesce ad affascinare e spaventare lo spettatore. Ma soprattutto ad avvinghiarlo, trascinandolo all’interno della storia che racconta, giù in profondità, nei Pozzi Neri dove Pennywise dimora.


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