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C'è tempo

2019-03-06 11:00

Marcello Perucca

Recensioni Film,

C'è tempo

Il primo film di finzione di Walter Veltroni

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Walter Veltroni, già segretario del PD nonché ex ministro ed ex sindaco di Roma, divenuto da qualche anno regista, firma con C'è tempo il suo primo film di finzione dopo alcune prove come documentarista. Stefano (Stefano Fresi) è un quarantenne corpulento che vive in un paesino di montagna, dove svolge la curiosa e poetica professione di osservatore di arcobaleni. Il giorno in cui viene raggiunto dalla notizia della morte del padre, che non ha mai conosciuto, Stefano apprende anche di avere un fratello di tredici anni, Giovanni (Giovanni Fuoco), del quale sino ad allora ignorava l’esistenza e di cui viene nominato tutore. Nonostante non ne abbia alcuna intenzione, Stefano accetterà di prendersi cura del ragazzo a fronte del cospicuo lascito paterno. I due intraprenderanno così un viaggio che li porterà da Roma, dove vive il ragazzo, al paese di Stefano; dopo i primi momenti di mal sopportazione reciproca, i due inizieranno lentamente a conoscersi e ad apprezzarsi, complice anche l’incontro strada facendo con Simona (Simona Molinari), giovane cantante in tour con la figlia Francesca (Francesca Zezza) coetanea di Giovanni.


C'è tempo è un tipico film on the road in cui il viaggio diventa occasione di crescita e di conoscenza: degli altri ma, soprattutto, di se stessi. Veltroni infatti, che di questo film ha firmato anche la sceneggiatura insieme a Doriana Leondeff, tratteggia i caratteri dei due fratelli ponendoli agli antipodi. Stefano è un adulto con l’entusiasmo di un bambino mentre Giovanni, al contrario, è un ragazzino solitario che dimostra mentalmente e caratterialmente molti più anni di quelli che effettivamente possiede; nel corso del viaggio, però, i due si avvicinano, scoprendo aspetti del proprio essere che nessuno dei due conosceva.


L’idea di Veltroni, per altro non particolarmente originale, viene sviluppata con toni favolistici e a trionfare sono i buoni sentimenti. C'è tempo è una storia in cui tutti i personaggi hanno la possibilità di migliorarsi e di accettarsi grazie all’incontro con l’altro. E per dirci questo Veltroni infarcisce la sceneggiatura di metafore piuttosto semplici, per non dire banali: i due arcobaleni sovrapposti con tutti i colori dell’iride, a rappresentare un mélange di diversità che, unite, regalano incanto e poesia; il viaggio, che ben presto devierà dal percorso prestabilito per prendere altre strade, visto come opportunità di crescita e di scoperta; il pallone calciato in cielo che ritornerà al suolo solamente nel momento in cui Giovanni riacquisterà la felicità e la consapevolezza della propria età; il grande specchio posto su un fianco della montagna che riflette i raggi del sole per portare luce al paese che, altrimenti, resterebbe al buio per tutti i lunghi mesi invernali.


C'è tempo è un film non particolarmente riuscito, che il suo autore imbottisce con numerose citazioni cinematografiche: il sentito omaggio alla Settima Arte, a lui molto cara, in questo caso riescono a essere solo esasperanti. Si parte e si termina con I quattrocento colpi di Truffaut, film amato alla follia da Giovanni, per passare a Novecento, con la visione di alcune scene e il pernottamento nella stessa cascina dove era stato girato il capolavoro di Bertolucci. Vediamo Scola e Mastroianni, dei quali viene proposta un’intervista, e la sala del cinema di Rimini amato da Felllini. Per arrivare, infine, all’incontro in un bistrot di Parigi - città nella quale si conclude il viaggio - con Jean-Pierre Leaud in persona che, venendo a sapere che Giovanni ha visto tutti i film della serie di Antoine Doinel, chiederà, commosso, al ragazzino l’autografo. Ma oltre che del suo amore per il cinema, Veltroni rende partecipe lo spettatore anche di un’altra sua passione, quella per la Juventus, squadra per la quale Giovanni tifa, inserendo alcune battute di sfottò con Stefano, romanista sfegatato e con due carabinieri accaniti tifosi laziali (uno dei due interpretato da Max Tortora), usciti direttamente da una barzelletta sull’Arma. Veramente troppo per un film del quale è possibile salvare solamente le buone intenzioni.


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