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Upgrade

2020-03-31 12:00

Marco Filipazzi

Recensioni Film,

Upgrade

E’ bello quando ti approcci a un film della Blumhouse con aspettative veramente basse e invece, a fine visione, ne rimani piacevolmente sorpreso.

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E’ bello quando ti approcci a un film della Blumhouse con aspettative veramente basse e invece, a fine visione, ne rimani piacevolmente sorpreso. E’ un po’ come scartare un regalo inaspettato che, sebbene semplice ed economico, ti riempie comunque di soddisfazione.

 

Intendiamoci, non và sempre così, anzi... per ogni Le streghe di Salem abbiamo svariati film paccottiglia come Il segnato, Mockingbird - In diretta dall'inferno o l’ennesimo capitolo di Paranormal Activity. E poi ci sono quei film come Upgrade, che leggendo la sinossi non è che proprio ti mettano addosso la smaniante curiosità di guardarli, ma che poi, mano a mano che procedi con la visione, ti fanno ricredere.

 

 

Upgrade è la storia di Grey Trace – personaggio che sembra un gioco di parole / nome di un capo indiano, interpretato da Logan Marshall-Green che sembra il sosia di Tom Hardy – che rimane coinvolto, insieme alla sua fidanzata, in un incidente dove dei brutti ceffi uccidono la ragazza e lasciano lui paraplegico. Grey, ribollente di odio e di vendetta, si fa impiantare un cip d’ultimissima generazione 8e di contrabbando dato che non è legale) chiamato STEM, che gli permetterà di ritornare a muoversi e andare in cerca della sua vendetta.

 

 

Perché in fin dei conti l’ossatura di Upgrade è quella di un revange movie qualsiasi, da Il giustiziere della notte in poi; ciò che lo rende davvero interessante è il fatto che tutta la vicenda si svolga in un futuro prossimo, vicinissimo al nostro presente in fatto di realtà aumentata, domotica, touch-screen e quant’altro, ma leggermente distopico. Ne sono un esempio le auto che si guidano da sole, gli impianti biomeccanici o STEM stesso, che interagisce con il nostro protagonista parlandogli direttamente nella testa, un po’ come Venom per restare in campo “Tom Hardy”.

 

 

L’ambientazione, qusto specchio deformante del nostro presente, fa immediatamente pensare a Black Mirror; un’atmosfera che si respira già nei primi minuti di film e che inevitabilmente crea delle aspettative nello spettatore. La cosa che sorprende è quanto queste aspettative vengano ripagate nel corso dell’asciuttissima ora e mezza che seguirà.

 

 

A scrivere e dirigere c’è Leigh Whannell (il creatore delle saghe di Saw e Insidious insieme al guru James Wan) che in fatto di low budget la sa lunga e qui sfrutta tutta la sua esperienza per rendere credibile sullo schermo un mondo cyberpunk con appena 4 milioni di dollari di budget.

 

 

C’è una buona idea alla base che viene portata avanti con un discoso coerente (anche se a tratti prevedibile), delle buone trovate visive, dei combattimenti che, sebbene siano molto anni ’90 risultano efficaci (bellissima l’idea delle inquadratre “incollate” al personaggio!) e anche una spruzzata di violenza e scene gore che in alcuni frangenti arriva a ricordare quella slapstick del Paul Verhoeven di Robocop (e se non è un complimento questo!)

 

 

E poi c’è il finale, che inanella un paio di colpo di scena (se davvero vogliamo chiamarli così) a dir poco telefonatissimi, ma poi chiude con un pessimismo cronico degno delle migliori puntate di, appunto, Black Mirror. Un pugno nello stomaco appena prima dei titoli di coda, di quelli che ti fanno sussultare sul divani sibilando tra i denti per il disagio. Un motivo più che sufficiente per meritare la visione da parte degli appassionati del genere e per perdonare a Whannell le ingenuità commesse durante il film.

 

 

Alla fine, ciò che resterà nello spettatore, sarà quel latente senso di disagio, una sensazione per nulla scontata.

 

 

 

 

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